Europa alla canna del gas: riscaldamento nelle case a rischio e prezzi alle stelle

La crisi del gas sta riguardando già l'Europa, ma problemi uguali si avvertono in Asia. Governi impauriti dall'arrivo dell'inverno.

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La crisi del gas è arrivata in Europa

L’inverno in Europa rischia di gelare non solo l’economia, ma letteralmente le case delle famiglie. L’allarme è arrivato dal Dipartimento di Stato americano, dove si guarda con estrema preoccupazione alla crisi del gas di questi mesi. Il Vecchio Continente sta già vivendo sulla sua pelle la carenza della materia prima, con i prezzi schizzati alle stelle. Pensate che per ogni metro cubo di gas, una famiglia americana paga 5 dollari, il doppio di appena sei mesi fa. Ma in Europa, siamo arrivati a ben 15 dollari. E saremmo solo all’inizio.

Quest’anno, il prezzo per tonnellata sui mercati internazionali è esploso del 275% a 71,69 dollari. Stava poco sopra 19 dollari all’inizio del 2021. Le riserve di gas sono di circa il 25% più basse rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Peraltro, i consumi da allora sono aumentati per via dell’uscita graduale del pianeta dalla pandemia. Le minori restrizioni anti-Covid stanno sostenendo la domanda, tra l’altro delle fabbriche. Tuttavia, è l’offerta a non avere tenuto il passo, anche perché a differenza del petrolio, i tempi di adeguamento sono maggiori.

Crisi del gas e impatto sull’economia

C’è il serio rischio che nel caso di un inverno con temperature rigide, parti dell’Europa non potranno garantire alle famiglie il gas sufficiente per riscaldare le case. E’ un problema che riguarderebbe particolarmente i paesi freddi, Scandinavia e Germania in testa. A quel punto, così come sta avvenendo già in Cina, i governi opterebbero per ridurre i consumi di gas tra le aziende, una misura che finirebbe per riportare le rispettive economie in recessione. O le famiglie muoiono di freddo o a pagare il prezzo dovrà necessariamente essere l’economia.

I principali esportatori mondiali di gas sono Qatar, Russia e USA. Mosca è il fornitore più importante per l’Europa ed è accusata dall’Agenzia internazionale per l’energia di tenere le erogazioni basse come arma di ricatto per ottenere dall’Unione Europea il via libera al gasdotto North Stream 2. Ovviamente, il paese nega l’addebito. Non esistono soluzioni taumaturgiche a portata di mano. Peraltro, la crisi energetica si sta facendo sentire particolarmente forte nel Regno Unito, dove il governo non ha più autorizzato l’ingresso di camionisti comunitari sul territorio nazionale e adesso mancano gli autotrasportatori di carburante. Migliaia di stazioni di servizio sono già a secco, complice la corsa al rifornimento da parte degli automobilisti per paura di restare senza benzina (“panic buying”).

Una possibile scappatoia sarebbe di tornare a potenziare temporaneamente le estrazioni di carbone. Il punto è che inquinano circa il doppio del gas e sinora i governi si mostrano restii a dare il via libera a una simile soluzione, timorosi di essere accusati di indifferenza rispetto all’emergenza climatica. Ma diamo il tempo che le famiglie avvertano il rischio di restare al freddo e molti capricci verranno meno. Infine, l’Europa potrebbe allentare le norme ambientali per consentire alle società di estrarre il gas attraverso la tecnica del “fracking”, la stessa che negli USA ha consentito negli ultimi 15 anni il boom della produzione di greggio. Essa consiste nell’uso intensivo di acqua per giungere alla rottura delle rocce nel sottosuolo. Anch’essa molto inquinante, è osteggiata dagli ambientalisti. Con l’inverno, però, l’atteggiamento degli europei potrebbe cambiare.

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