Europa a rischio seconda ondata dei contagi? I numeri parlano chiaro

La ripresa a "V" dell'economia nell'Eurozona dipende dalla capacità dell'area di evitare nuovi "lockdown" e restrizioni per effetto di un aggravamento della crisi sanitaria. E l'estate è un duro banco di prova per tutti.

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L’estate, pur anomala come quella in corso, rappresenta per molti di noi l’occasione per staccare la spina dopo mesi brutali di “lockdown” e paure vissute per l’emergenza Coronavirus. La mente tende a rimuovere i traumi subiti e ciò ci sta consentendo di vivere queste settimane in un clima di relativa spensieratezza. Per certi versi, stiamo abbassando un po’ troppo la guardia, quando servirebbe restare vigili per non incorrere in rimedi molto dolorosi, quale l’imposizione di una nuova quarantena nazionale o di ulteriori restrizioni alla socialità. Se l’attenzione mediatica internazionale si sta concentrando da settimane sulle due Americhe, in cui la pandemia sembra non avere nemmeno toccato il picco in alcuni casi, i dati sull’Europa ci raccontano una realtà ben lungi dal cessato allarme.

Negli ultimi 30 giorni, il numero dei contagi in Germania si è attestato a una media quotidiana di circa 434, oltre il doppio dei 211 dell’Italia, ma inferiore ai 541 della Francia e ai 1.061 della Spagna. Se restringiamo l’analisi agli ultimi 15 giorni, in tutti i casi notiamo un’accelerazione: si va dai 502 della Germania ai 229 dell’Italia, passando per i 651 della Francia e i ben 1.644 della Spagna. Accorciamo ancora una volta lo sguardo all’ultima settimana e i dati diventano ancora più alti: 570 in Germania, 249 in Italia, 807 in Francia e, addirittura, 2.059 in Spagna.

Ora, l’unico Paese in cui obiettivamente la situazione sembrerebbe sotto controllo è l’Italia, che paradossalmente ha prorogato lo stato d’emergenza fino al 15 ottobre. Altrove, le cose vanno peggio. Certo, la popolazione tedesca è di un terzo più alta e quella francese di quasi il 10%, ma le proporzioni mutano poco e, anzi, rimarcano il caso allarmante spagnolo, dove Barcellona si è vista costretta a introdurre nuove restrizioni, tra l’altro riducendo del 15% l’accesso alle spiagge.

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Contagi in ripresa con la fine dei lockdown

Questi numeri ci spiegano senza ombra di dubbio che la riapertura delle frontiere e la fine dei lockdown hanno portato ovunque a un aumento dei contagi, anche perché sta crescendo la mobilità trans-nazionale e, soprattutto, intra-nazionale per effetto delle vacanze. Gli spostamenti stanno distribuendo i contagi in maniera più uniforme in Italia, con le distanze tra nord e sud e tra Lombardia e il resto del nord di gran lunga ridottesi nelle ultime settimane, per quanto nel complesso i contagi restino contenuti, i più bassi tra i grandi paesi europei. Lo stesso numero delle vittime risulta abbastanza basso, pari a meno di 13 al giorno nell’ultimo mese. Il dato si confronta con i più di 12 della Francia, i 3 della Spagna e i 5 della Germania.

In altre parole, il tasso di mortalità italiano resta tra i più alti al mondo, pur in forte calo a circa 6 decessi per ogni 100 contagiati, nettamente sotto la media complessiva di 14,2 da inizio pandemia. Ma, ripetiamo, il caso più preoccupante resta la Spagna con il suo numero elevatissimo di contagi, pur a fronte di una mortalità di appena lo 0,3%, un livello fin troppo basso per risultare credibile, a meno che effettivamente il virus non si sia indebolito, magari risentendo delle alte temperature iberiche in questa stagione.

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Si allontana la ripresa economica a “V”

La ripresa a “V” dell’economia italiana dipende dalla capacità di evitare che una seconda ondata di contagi provochi nuovi fermi alle attività produttive o anche solo una riduzione della mobilità. Purtroppo, per quanto buoni possano ad oggi apparire i dati nostrani, se la situazione dovesse peggiorare all’estero a pagarne le conseguenze saremmo ugualmente anche noi.

Anzitutto, perché i governi dovrebbero assumere iniziative di autotutela con la chiusura delle frontiere e secondariamente per le implicazioni economiche eventuali che lockdown, pur parziali, avrebbero sul resto dell’area. Se la Spagna dovesse trovarsi costretta a chiudersi, i redditi delle sue famiglie ne risentirebbero ancora più negativamente e le importazioni di beni e servizi italiani si ridurrebbero. Lo stesso varrebbe ovviamente per ogni altro paese europeo e del resto del mondo.

In altre parole, nemmeno comportandoci virtuosamente e avendo un pizzico di fortuna potremo essere sicuri che l’economia italiana riparta sin dal terzo trimestre in misura convincente. Le economie sono tutte interconnesse tra loro e più la crisi sanitaria dura in questo o quel paese, minori le probabilità di un rimbalzo del nostro pil. Essendo i nostri principali partner commerciali la Germania, la Francia e gli USA, dovremmo sperare che principalmente queste economie non subiscano contraccolpi eccessivi a lungo. Il pil americano è crollato del 32,9% nel secondo trimestre, quello tedesco del 10,1%, rispettivamente meglio e peggio delle attese. Ma questo è il passato, mentre il primo mese del terzo trimestre è già passato con oggi e appare tutt’altro che intenzionato a catapultarci verso il grande balzo occorrente per iniziare la ripresa, complice il peso della stagione turistica sull’economia in questo periodo. Non a caso, Berlino inizia a intravedere un accenno di ripresa per sé a partire da ottobre, cioè dal quarto trimestre. E sperando che l’autunno non ci riservi cattive sorprese.

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