Eurobond, quella proposta “indecente” così legata al Fiscal Compact

Gli Eurobond sono invocati dal Sud Europa, ma non rappresenterebbero alcun reale sollievo per le loro finanze statali. La Germania non accetterebbe senza una contropartita.

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Gli Eurobond sono invocati dal Sud Europa, ma non rappresenterebbero alcun reale sollievo per le loro finanze statali. La Germania non accetterebbe senza una contropartita.

Il governo italiano chiede formalmente alla UE di finanziare l’emergenza immigrazione alle sue frontiere con l’emissione di Eurobond, ovvero di titoli di stato emessi da Bruxelles e garantiti in solido dai suoi membri. La questione dei 3 miliardi di finanziamenti alla Turchia per la gestione dei profughi ai confini è stata al centro di una lunga diatriba tra il premier Matteo Renzi e la Commissione europea, rifiutandosi il primo di versare la quota spettante all’Italia, in considerazione che si tratti di un capitolo di spesa sovranazionale. Di Eurobond parlò per primo nel nostro paese l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che insieme a Jean-Claude Juncker, che allora guida l’Eurogruppo, li propose come soluzione per la crisi dell’euro e quella dei debiti sovrani, che non erano ancora nemmeno esplose del tutto. La Germania disse subito “nein” e sulla questione non si è più tornati seriamente. Alle elezioni europee del 2014, Juncker promise che sotto la sua presidenza non si sarebbe mai ridiscusso del tema. Oggi, compare sul sito del nostro governo, anche se a differenza degli Eurobond alla Tremonti, qui si tratta di titoli emessi dalla UE, non dall’Eurozona, ovvero dall’unione monetaria in seno alla UE. Un tentativo, in ogni caso, di spostare progressivamente l’attenzione sulla necessità di una maggiore integrazione delle politiche fiscali, tanto che Roma sposa l’idea di un super-ministro delle Finanze europeo. Ma siamo così sicuri che gli Eurobond rappresentino nel breve e medio termine una risposta conveniente alle nostre esigenze di rifinanziamento dell’enorme montagna di debito a costi contenuti?    

Niente Eurobond alle condizioni attuali

Quando si iniziò a parlare di una qualche forma di mutualizzazione dei debiti, Berlino alzò gli scudi, escludendo che i contribuenti tedeschi si facessero mai carico di condividere i rischi derivanti dall’indebitamento di altri paesi. In termini volgari, la Germania non accetta di accollarsi eventuali costi per il mantenimento di paesi “spendaccioni”. Se si emettessero titoli comuni per tutti i paesi dell’Eurozona, gli investitori li comprerebbero a un rendimento, che risulterà grosso modo essere pari alla media ponderata dei singoli rendimenti dei paesi membri. I tedeschi pagherebbero un po’ di più per rifinanziare il loro debito ed eventuali disavanzi fiscali, mentre paesi come l’Italia pagherebbero di meno.

Eurobond solo dopo Fiscal Compact

E’ evidente che i tedeschi e gli altri stati fiscalmente “virtuosi” non vogliano gli Eurobond, che pur rappresentando il completamento dell’integrazione fiscale tra gli stati membri dell’unione monetaria, sarebbe per loro un processo costoso, almeno nella prima fase. Ma c’è anche un’assenza di fiducia verso i partner europei nel “nein” tedesco, ossia nella loro capacità di tenere sotto controllo i conti pubblici. Per questo, nel 2012 su proposta della Germania, i membri dell’Eurozona si sono vincolati a ferree regole fiscali, note come Fiscal Compact, che impongono una riduzione annuale del 5% del debito pubblico eccedente il 60% del pil, nonché il raggiungimento progressivo del pareggio di bilancio. Alla base di questo complesso di vincoli c’è il desiderio di giungere nell’arco di massimo un ventennio a una solidità finanziaria abbastanza diffusa tra i membri dell’Eurozona, in quanto nessuno sarebbe gravato da un indebitamento superiore al 60% del pil (quello massimo previsto dal Patto di stabilità) e nessuno farebbe sostanzialmente più altri debiti, grazie alla regola del pareggio di bilancio.        

Soluzione non praticabile oggi, né conveniente

Il non detto di queste previsioni è che solamente quando essere saranno state raggiunte, la Germania potrebbe aprire all’ipotesi di mutualizzare i rischi sovrani, perché questi ultimi sarebbero sostanzialmente minimizzati e il costo dell’operazione potrebbe anche azzerarsi. Infatti, se tutti i membri dell’Eurozona risultassero fiscalmente solidi e credibili agli occhi dei mercati finanziari, il premio richiesto dagli investitori per acquistare un BTp, un Bonos o un altro titolo di stato dell’area rispetto ai Bund tenderebbe a zero. In quel caso, gli Eurobond potrebbero anche diventare una soluzione praticabile e non gravosa per i paesi virtuosi sui conti pubblici. Ebbene, oggi tali condizioni non esistono. Gli spread non sono quelli del 2011-2012, ma restano elevati, segnalando un maggiore rischio avvertito per i debiti della periferia dell’Eurozona, nonché differenze nella gestione delle politiche fiscali dei vari paesi. Chi oggi chiedesse gli Eurobond, o punta a farsi bocciare la proposta, magari alzando la posta su un altro tema, o si tiene pronto ad accettare quella che sarebbe la contropartita chiesta dai tedeschi: una gestione commissariale di tutti i conti pubblici nazionali, tale per cui le condizioni contenute dal Fiscal Compact siano immediatamente e completamente attuate. E’ davvero questo che desiderano Italia, Spagna, Portogallo e finanche la Francia? O forse ritengono credibile che la Germania possa mai accettare di mettere in comune anche solo parte dei rischi sovrani, addossandosi “gratuitamente” un onere politicamente poco sostenibile?  

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