Eurobond, la UE sembra provarci. Una commissione per studiarne i rischi

La Commissione Europea ha formato un gruppo di esperti che studierà gli effetti degli eurobills e del fondo di riscatto. Che sia un passo verso gli Eurobonds?

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La Commissione Europea ha formato un gruppo di esperti che studierà gli effetti degli eurobills e del fondo di riscatto. Che sia un passo verso gli Eurobonds?

La Commissione europea ha varato un gruppo di esperti per valutare i pre-requisiti e i rischi legali e finanziari di forme di messa in comune del debito, come gli eurobills e i “debt fund redemption” (fondo di riscatto). Lo ha annunciato il presidente della Commissione, José-Manuel Barroso, alla riunione plenaria del Parlamento di Strasburgo, comunicando che gli esperti saranno guidati dall’ex membro della BCE, l’austriaca Gertrude Tumpell-Guigerell, mentre la segreteria sarà ricoperta dal tedesco Clemens Ladenburger. Tra gli economisti non compare alcun italiano.

La creazione del comitato di esperti rientra all’interno dell’accordo raggiunto con l’Europarlamento sul cosiddetto “two pack”, un pacchetto di misure che contempla il rafforzamento della governance economica comune in Europa.

Il gruppo è stato formato in accordo anche con il commissario agli Affari monetari, Olli Rehn, noto per le sue posizioni filo-austerity.

Si tratta di una svolta, anche se solo formale, a Bruxelles. Di fatto, gli strumenti a cui ha accennato Barroso sono i famosi Eurobond, che la Germania non ha mai avallato, rinviandone anche la sola discussione. Sono, infatti, titoli pubblici comuni ed emessi centralmente dall’Europa, che avrebbero un effetto benefico sui rendimenti dei Piigs, ma al contempo farebbero lievitare i costi per gli stati “virtuosi”, come la Germania, appunto, risultando grosso modo i relativi rendimenti dalla media ponderata di quelli dei bond degli stati membri.

 

Eurobond cosa sono e che rischi hanno

Quasi certamente, l’esito dello studio porterà alle seguenti considerazioni: per evitare che gli Eurobond si trasformino in una sorta di azzardo morale per il Sud Europa, trasferendo costi a carico degli stati nordici e per limitare il più possibile questi ultimi, il requisito essenziale per mettere in comune l’emissione del proprio debito a quello degli altri stati dell’Eurozona è il rispetto rigoroso dei vincoli di bilancio.

Solo se ci si impegna credibilmente a raggiungere il pareggio di bilancio e a mantenerlo costantemente nel tempo, l’effetto fiducia sui mercati spingerebbe gli investitori ad abbassare le pretese sui titoli in comune, incrementando così il beneficio netto degli Eurobond.

Per questo, è molto probabile che gli esperti proporranno una maggiore unione fiscale, con poteri pregnanti in capo a Bruxelles per potere intervenire direttamente sui bilanci nazionali, al fine di preservare la solidità dei conti pubblici e la credibilità dell’intero impianto.

Anche perché la mutualizzazione del debito, qualora fosse parziale e graduale, potrebbe ritorcersi contro gli stessi Piigs, che formalmente dovrebbero esserne i beneficiari netti. Infatti, gli Eurobond sarebbero emessi in concorrenza con i titoli di stato nazionali, i quali perderebbero appetibilità rispetto ai primi con rating certamente più alto di quello assegnato ai bond dei Piigs, facendone lievitare i rendimenti e annullando o attutendo l’effetto benefico delle emissioni in comune.

Per concludere, quindi, l’efficacia di questi strumenti risiede nel raggiungimento da parte di tutti i governi dell’Area Euro degli obiettivi fiscali e in un impianto più accentrato e credibile delle materie fiscali. Non ultimo, un passaggio veloce dalle emissioni nazionali a quelle comuni sarebbe preferibile, per evitare i sopra citati effetti di spiazzamento ai danni dei primi e una maggiore segmentazione dei mercati monetari, creando sin da subito un unico, ampio mercato molto liquido e per questo meno volatile e meno esposto alle spinte speculative. Ma a leggere bene le poche parole pronunciate da Barroso sull’argomento pare che la via studiata consista nell’emissione in comune dei titoli solo a breve termine e senza cedola (gli “eurobills”, appunto), nonché forme di garanzie comuni per singole emissioni, magari su richiesta dei governi. Se fosse così, un’ipotesi molto lontana dagli Eurobond propriamente detti.

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