Eurobond cattiva idea, faremmo la fine dell’Argentina

L'idea degli eurobond potrebbe sembrare geniale per il Sud Europa, ma rischia di trasformarsi in un boomerang. Ecco cosa accadrebbe.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'idea degli eurobond potrebbe sembrare geniale per il Sud Europa, ma rischia di trasformarsi in un boomerang. Ecco cosa accadrebbe.

La Commissione europea ha rilanciato il progetto degli eurobond, i titoli di stato emessi da Bruxelles a copertura dei fabbisogni finanziari nazionali; insomma, si tratterebbe di quella mutualizzazione dei debiti sovrani, tanto temuta dalla Germania, che ad oggi l’ha sempre respinta, rifiutandosi anche solo di discuterne. La proposta dei commissari si aggiunge a quella di istituire un ministro delle Finanze unico e un Fondo Monetario europeo, verosimilmente nelle vesti dell’attuale ESM, il fondo utilizzato per il salvataggio della Grecia, in particolare.

Perché i tedeschi restano ostili agli eurobond e perché piacciano, invece, così tanto a italiani e spagnoli? Semplice, emettere debito pubblico in comune con la Germania significherebbe per le economie più indebitate spuntare rendimenti più bassi sui mercati finanziari, riducendo i costi di rifinanziamento. Al contrario, per Berlino implicherebbe un aumento dei costi, rispetto a quelli sostanzialmente nulli attuali.

Gli eurobond, quindi, ridistribuirebbero risorse dai contribuenti del Nord a quelli del Sud Europa, volendo sintetizzare. Inaccettabile per i primi, auspicabile per i secondi. Aldilà delle differenti tecniche di introduzione di questi titoli sovranazionali, chiediamoci se non abbia ragione il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, che nel respingere ancora una volta tale proposta, ha richiamato alla necessità di tenere allo stesso livello responsabilità e controllo. (Leggi anche: Juncker: Eurobond? Non con me)

Con gli eurobond faremmo la fine dell’Argentina?

Cosa accadrebbe, se l’Italia potesse emettere debito in comune con gli altri paesi dell’Eurozona, tra cui la Germania, restando responsabile delle politiche fiscali? A Roma, il governo continuerebbe ad avere potere decisionale in fatto di spesa pubblica, ma il conto sarebbe pagato da Bruxelles, costretta a finanziare gli eventuali “buchi” dei bilanci nazionali con l’emissione, appunto, degli eurobond, oltre che per rinnovare i debiti in scadenza.

Questo sistema sarebbe il modo migliore e più veloce per andare dritti al default. Due esperienze ce lo dimostrerebbero: quella dell’Argentina negli anni Novanta e quella italiana dell’ultimo quindicennio, relativamente alla gestione della spesa sanitaria. Oltre un ventennio fa, Buenos Aires decentralizzò la gestione della spesa pubblica, lasciando che a pagare fosse lo stato centrale. I costi delle regioni esplosero e alla fine del 2001, il paese entrò in una violenta crisi finanziaria, che portò qualche mese dopo alla dichiarazione formale di default. (Leggi anche: Sprechi sanità italiana? Eppure siamo più efficienti dei tedeschi)

Il pessimo esempio con la spesa sanitaria italiana

In Italia, accadde qualcosa di simile nel 2001, quando il centro-sinistra riformò la Costituzione con pochi voti di scarto in Parlamento, affidando la gestione della sanità alle regioni, fermo restando che a pagare fosse lo stato centrale. Risultato? In dieci anni, la spesa sanitaria esplose del 64%, più del doppio della crescita del pil nominale.

Cosa ci insegnano queste due esperienze? Responsabilità e gestione devono sempre andare di pari passo. Se chi spende non è anche tenuto a trovare le fonti di finanziamento a copertura delle spese effettuate, si crea una pericolosa deresponsabilizzazione, prodromica di guai. Così sarebbe anche con gli eurobond, per cui è altamente inverosimile che possano essere introdotti, almeno non nella versione pro-azzardo morale invocata e auspicata dal Sud Europa. (Leggi anche: Fiscal Compact, eurobond e deficit: perché Berlusconi è alternativo alla Merkel)

Eurobond e Fiscal Compact andrebbero di pari passo

Se mai gli eurobond vedranno la luce, infatti, essi non consisteranno in una semplice condivisione dei debiti sovrani, ma anche in una contestuale maggiore disciplina fiscale richiesta ai singoli stati, ai quali verrebbe negata, per ipotesi, la possibilità di fare nuovi debiti, ovvero di chiudere i bilanci annuali in deficit, dovendo rispettare l’obbligo del pareggio di bilancio.

Sbaglia, e anche di grosso, chi a Roma o a Madrid o Lisbona pensa che gli eurobond segnerebbero la fine dei loro problemi fiscali, perché sarebbe impensabile che altri popoli-contribuenti si addossassero i rischi altrui senza chiedere niente in cambio. Come abbiamo scritto anche in passato, chi invoca gli eurobond è come se automaticamente stesse richiedendo anche un’applicazione rigorosa e certa del Fiscal Compact. E facendo un’analisi benefici-costi, non sappiamo quale esito prevarrebbe tra le capitali del Mediterraneo. (Leggi anche: Eurobond, proposta indecente legata al Fiscal Compact)

 

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Fiscal Compact

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