Euro, dollaro, tassi e Treasuries: cosa ci segnalano i mercati nelle ultime sedute

Dollaro su, euro giù. Tassi in lieve ripiegamento negli USA, di più nell'Eurozona. Con il Brent in area 65 dollari, il segnale dei mercati sarebbe negativo per il cambio euro-dollaro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Dollaro su, euro giù. Tassi in lieve ripiegamento negli USA, di più nell'Eurozona. Con il Brent in area 65 dollari, il segnale dei mercati sarebbe negativo per il cambio euro-dollaro.

E’ stata giudicata “hawkish” la prima testimonianza al Congresso americano del nuovo governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, tanto che Wall Street martedì sera archiviava la seduta in profondo rosso. Di preciso, cosa ha detto? A dire il vero, nulla che possa farci presagire un cambio di passo rispetto all’era Yellen. Egli si è mostrato convinto della necessità di continuare ad alzare i tassi “gradualmente” nei prossimi mesi, tenendo conto della crescita economica in accelerazione da inizio anno negli USA, tra l’altro per il taglio delle tasse. Proprio l’ottimismo sull’economia americana ha persuaso gli investitori che la Fed adotterà una stretta monetaria più veloce già dai prossimi mesi. Adesso, il mercato inizia a scontare 4 possibili rialzi dei tassi quest’anno dai 3 attesi in precedenza.

Il dollaro ha guadagnato mediamente il 2,3% nella seconda metà del mese di febbraio e ciò ha frenato la corsa alla crescita dei rendimenti, con i Treasuries a 10 anni saliti sì di 19 punti base al 2,88% in un mese, ma ripiegando di 7 bp in una settimana. E anche tra martedì e mercoledì abbiamo notato un’apparente distonia nell’andamento del dollaro e dei rendimenti. I secondi scendevano, il primo risaliva. Sarebbe la conferma che il “sell-off” degli ultimi mesi ai danni dei bond sovrani USA avrebbe indebolito il cambio, a causa dei deflussi di capitali verso altre economie.

Nell’Eurozona, stiamo assistendo a un ripiegamento del cambio euro-dollaro del 2,2% nella seconda metà di febbraio, mentre i rendimenti sovrani tedeschi sono rimasti stabili su base mensile allo 0,66% e sono diminuiti di ben 10 bp in meno di due settimane. Ieri, lo spread Treasury-Bund si attestava al 2,22%, ai massimi da inizio anni Novanta, in decisa crescita di quasi una ventina di punti rispetto a un mese prima. Ciò segnalerebbe una tendenza all’indebolimento dell’euro, che proprio a metà febbraio aveva chiuso ai massimi da 28 mesi.

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Torna ad allargarsi la divergenza monetaria attesa

In effetti, l’Eurostat ha pubblicato il dato preliminare sull’inflazione nell’area nel mese scorso, scesa ai minimi da 14 mesi, ovvero all’1,2% dall’1,3% di gennaio. Stabile all’1% l’inflazione “core”. Il trend incrementerebbe i dubbi sull’uscita della BCE dal “quantitative easing” dal prossimo settembre, aprendo la porta a una possibile sua estensione in misura ridotta fino alla fine dell’anno. Più che altro, dopo che il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, aveva definito “non irrealistico” un rialzo dei tassi nell’Eurozona nel 2019, sarebbe proprio questa prospettiva ad allontanarsi di qualche mese, spostandosi decisamente verso la seconda metà dell’anno prossimo, anche la debolezza recente del cross valutario rispecchia al momento la risalita del dollaro più che un mutamento delle attese sull’operato futuro di Francoforte.

Del resto, le quotazioni del Brent si sono aggirate sui 65 dollari al barile nella seconda metà di febbraio, dopo che erano precipitate nella zona bassa dei 60 dollari, quando a gennaio erano schizzate poco sopra i 70. Il rallentamento della corsa del greggio raffredderebbe le aspettative d’inflazione sia negli USA che nell’Eurozona, ma considerando che l’economia americana si trovi in piena occupazione, a differenza dell’unione monetaria, le spinte inflazionistiche dovrebbero essere più pressanti in essa. Da qui, il ritorno della divergenza monetaria attesa, con la Fed a continuare ad alzare i tassi e a un ritmo forse più rapido delle previsioni, e una BCE a prendere ancora tempo tra un’inflazione che rallenta e un euro che si è rafforzato forse un po’ troppo da contribuire a frenare proprio la risalita dei prezzi.

Lo avevamo avvertito già settimane fa: per farsi un’idea dell’andamento del cambio euro-dollaro, si guardi a quello del Brent. Solo un’improvvisa e decisa accelerazione delle quotazioni ridurrebbe, ceteris paribus, la divergenza monetaria tra le due sponde dell’Atlantico sulla sorpresa inflazionistica temuta, visto che la BCE resta ancora in fase espansiva, mentre la Fed è già nel bel mezzo di una stretta monetaria iniziata a fine 2015.

Perché il dollaro tornerà a rafforzarsi dopo il “sell-off”

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Economia USA, Fed, Inflazione, rendimenti bond, super-dollaro, tassi USA