Euro debole e petrolio ai massimi da 26 mesi aiutano Draghi, per poco

L'euro è sceso dai massimi contro il dollaro, mentre il petrolio è risalito al top degli ultimi 26 mesi. La BCE ne sarebbe contenta, ma queste tendenze serviranno solo a guadagnare tempo.

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L'euro è sceso dai massimi contro il dollaro, mentre il petrolio è risalito al top degli ultimi 26 mesi. La BCE ne sarebbe contenta, ma queste tendenze serviranno solo a guadagnare tempo.

Cambio euro-dollaro ai minimi da un mese, sceso ieri sotto 1,18 e perdendo il 2,2 rispetto alla chiusura dell’8 settembre scorso, il giorno successivo all’ultimo board della BCE. Nel frattempo, le quotazioni del petrolio sono salite ai massimi dal luglio di due anni fa, sfondando lunedì la barriera dei 59 dollari, salvo ripiegare successivamente sotto i 58 dollari. Rispetto al minimo toccato a giugno, il greggio guadagna ben il 30% in 3 mesi, mentre l’euro da allora si apprezza del 5,5% contro il biglietto verde, pur perdendo quota nelle ultime sedute, specie in scia all’incertezza sul futuro governo in Germania, dopo il risultato negativo accusati dai due schieramenti politici principali alle elezioni federali di domenica. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, quale direzione dopo il voto tedesco?)

Queste tendenze sui mercati finanziari sostengono la strategia di quanti nella BCE propendono per l’uscita dal piano di accomodamento monetario. Se gli analisti sembravano già convinti che di “tapering” si sarebbe parlato al board di ottobre, gli ultimi avvenimenti rafforzerebbero tale ipotesi. Un cambio euro-dollaro allontanatosi dalla soglia di 1,20 e un barile divenuto il più costoso da 26 mesi a questa parte sui mercati internazionali spingono entrambi per accelerare il tasso di inflazione nell’Eurozona. Considerando che secondo le stesse ultime stime di Francoforte, nemmeno da qui al 2019 si riuscirebbe nell’area a tendere a una crescita dei prezzi in linea con il target (“di poco inferiore al 2%”), per il governatore Mario Draghi si tratterebbe di buone notizie.

Perché il petrolio rincara

Diciamo che lo sono apparentemente nel breve termine. Sempre che sia l’una che l’altra tendenza si stabilizzino, a ottobre inoltrato sarà più semplice per l’istituto annunciare il taglio graduale del piano di acquisto degli assets per 60 miliardi al mese dal prossimo gennaio.

Tuttavia, il sollievo per la BCE durerà poco e a saperlo per primi sono proprio i funzionari di Draghi. La risalita delle quotazioni petrolifere è dovuta essenzialmente a due fattori: voci su un possibile nuovo accordo a marzo nell’OPEC per procrastinare di ulteriori sei mesi il taglio della produzione di greggio; il referendum nel Kurdistan, area produttrice di 650.000 barili al giorno, che sta alimentando tensioni nel Medio Oriente sulla possibile secessione dei curdi dall’Iraq. (Leggi anche: Secessione curdi minaccia il petrolio?)

Entrambe queste cause non sembrano destinate ad avere effetti di medio-lungo termine sul petrolio. Vero è che la nuova possibile intesa tra i membri dell’OPEC accelererebbe il raggiungimento dell’equilibrio sul mercato petrolifero, ma resta il fatto che i prezzi non sembrano da soli nemmeno di sostare attorno ai 50 dollari. E sappiamo quanto importante siano per le aspettative d’inflazione le quotazioni delle materie prime. A ciò si aggiunga che la tendenza rialzista del dollaro con la stretta monetaria in corso negli USA limiterebbe i futuri guadagni per le commodities, la quasi totalità delle quali si acquistano in dollari.

Crisi politica tedesca pesa sull’Europa

Quanto all’euro, l’indebolimento legato alla crisi politica tedesca si configura tutt’altro che come una buona notizia per la BCE. Una leadership più debole in Germania creerebbe un vuoto anche a Bruxelles e renderebbe più difficile, se non impossibile, il varo di quelle riforme dell’architettura alla base dell’Eurozona, che Draghi per primo ritiene necessarie per completare l’unione monetaria, rendendola un’area ottimale e funzionante. E ciò è precondizione per il superamento definitivo della crisi finanziaria, economica e politica degli ultimi anni nell’area e il rilancio della crescita, senza la quale le tensioni interne agli e tra gli stati non cesseranno e rischiano di far ripiombare le economie più deboli nella morsa della crisi dei debiti sovrani e della stag-deflazione. Diciamo, perciò, che l’euro un po’ più debole e il petrolio più caro consentono a Draghi di prendere tempo, niente di più.

In una prospettiva di medio-lungo termine, è cambiato poco o niente. (Leggi anche: Patto Merkel-Macron sull’euro cosa fatta? Draghi ci spera)

 

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