Esportazioni italiane per merito di chi? Le piccole imprese non sostengono il Made in Italy

Il Made in Italy va bene, ma non grazie alle piccole imprese. E la nostra apertura commerciale non è così elevata come pensiamo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Made in Italy va bene, ma non grazie alle piccole imprese. E la nostra apertura commerciale non è così elevata come pensiamo.

In tempi di timori per una possibile “guerra” commerciale tra le grandi potenze mondiali, bisogna farsi due conti per capire come stiamo messi sul piano delle relazioni economiche con il resto del mondo. In valore assoluto, dopo la Germania l’Italia registra nella UE le maggiori esportazioni nette, pari a circa il 3% del pil nell’ultimo biennio. Nello sciagurato caso che USA, Europa e Cina, per citare le principali economie, si colpissero a vicenda innalzando dazi sempre più alti ora su questo e ora su quel prodotto, saremmo tra i potenziali svantaggiati, visto che dall’interscambio con l’estero oggi ci guadagniamo.

Anzitutto, per capire il grado di apertura commerciale dell’economia italiana, dobbiamo sommare le esportazioni alle importazioni e rapportarle al pil. Scopriamo che la somma vale il 57% del prodotto interno lordo, una percentuale solo leggermente superiore alla media OCSE del 56%, ma ben più alta di quelle di economie come USA (27%) e Giappone (31%), in linea anche con il Regno Unito (58%) e la Russia (57%). Tuttavia, la media UE si attesta, addirittura, all’85% e quella dell’Eurozona all’87%, entrambe trainate dal 94% della Germania, dall’80% del Portogallo, per non parlare del 407% del piccolo Lussemburgo. All’infuori della UE, restando in Europa, troviamo il 121% della Svizzera.

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Made in Italy sostenuto da medio-grandi imprese

Quanto al saldo della bilancia commerciale, il nostro Paese è posizionato abbastanza bene, come dicevamo, superando il +1% del Giappone e evidentemente facendo meglio di USA, Regno Unito e Francia (-2%), in linea con la UE, ma meno bene del +5% medio dell’Eurozona, a sua volta dato dal +8% della Germania, mentre fuori dalle istituzioni comunitarie spicca il +11% della Svizzera.

Aspetto interessante consiste nel verificare chi sostiene il made in Italy all’estero. I dati OCSE forniscono nel dettaglio il contributo delle aziende per numero di dipendenti. Le nostre imprese tra 0 e 9 dipendenti incidono per meno del 6% dell’export e per più del 7% dell’import. Il saldo è per loro negativo di 3,4 miliardi di dollari (dati 2016). Nella fascia 10-49 dipendenti, il contributo all’export s’impenna a oltre il 17%, superando di poco quello dell’import per un saldo negativo di oltre 10 miliardi. Le imprese tra 50 e 249 dipendenti fatturano circa il 28% delle esportazioni totali nazionali e il 23% delle importazioni. Il loro saldo è positivo per 38 miliardi. Infine, sopra i 250 dipendenti le imprese esportano per quasi il 44% del totale e importano per più del 38%, esitando un attivo nell’ordine di 47-48 miliardi.

Queste cifre segnalano che il made in Italy non si regge sulla retorica della piccola impresa, semmai sull’ossatura delle medie e grandi realtà aziendali. Le ragioni possono essere diverse. E’ evidente che un’impresa di minuscole dimensioni tenda ad essere meno internazionalizzata e produca perlopiù per il mercato domestico, per non dire locale. Dovendo, tuttavia, importare materie prime e semi-lavorati, contribuisce negativamente alla bilancia commerciale.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia

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