Esportazioni in Germania caleranno per la prima volta dalla crisi

Export tedesco in calo nel 2020 per la prima volta dalla crisi mondiale del 2008-'09. L'allarme è stato lanciato dalle Camere di Commercio e non va sottovalutato. Questi dati ci spiegano perché.

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Export tedesco in calo nel 2020 per la prima volta dalla crisi mondiale del 2008-'09. L'allarme è stato lanciato dalle Camere di Commercio e non va sottovalutato. Questi dati ci spiegano perché.

Il presidente delle Camere di Commercio della Germania, Peter Schweitzer, ha lanciato l’allarme esportazioni per la prima economia europea, attese in calo per l’anno prossimo dello 0,5% e notando come sia già in corso una brusca decelerazione della loro crescita ad appena lo 0,3% per il 2019, giù dal +2,1% del 2018.

Se queste previsioni si avverassero, la Germania vedrebbe il suo export ridursi per la prima volta dal 2009, l’anno nero della crisi finanziaria ed economica mondiale.

In media, le esportazioni tedesche sono cresciute di oltre il 5% all’anno nell’ultimo decennio, surclassando i tassi di crescita della spesa pubblica (+2,4%), degli investimenti (+4,5%) e dei consumi delle famiglie (+2,4%), le direttrici della domanda interna aggregata. In effetti, il loro peso sul pil sfiora adesso il 40%, crescendo di circa 7 punti percentuali rispetto al 2009, pur riportandosi di qualche punto sopra la media pre-crisi; la spesa pubblica è scesa, invece, di 4 punti, anche in questo caso tornando ai livelli pre-crisi, mentre i consumi delle famiglie sono crollati di 6 punti e restando di circa 3 punti inferiori agli anni precedenti al 2009.

Considerando che il pil reale sia cresciuto mediamente dell’1,9% all’anno e quello nominale del 3,7%, possiamo ben affermare che la crescita della Germania nell’ultimo decennio sia stata alimentata dalle esportazioni, mentre i consumi delle famiglie sono rimasti parecchio indietro e lo stato ha contribuito persino negativamente, se è vero che è passato da un deficit di oltre 3 punti e mezzo di pil a un avanzo dell’1,7% nel 2018. In sostanza, ha drenato dall’economia tedesca 5 punti di pil nel frangente e ha accumulato in tutto qualcosa come oltre 70 miliardi di euro di attivo fiscale, tenuto conto dei deficit post-crisi.

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Puntare sulla domanda interna contro le esportazioni deboli

La Germania non può permettersi il lusso di accusare contraccolpi al suo export, tranne di incoraggiare la domanda interna con una politica fiscale più espansiva, come le ha chiesto al suo debutto dal governatore della BCE, Christine Lagarde. O Berlino taglia le tasse o aumenta la spesa pubblica o fa entrambe le cose, altrimenti rischia di subire dure conseguenze dall’eventuale ulteriore rallentamento della congiuntura internazionale, essendo molto “export-led”.

Ne avrebbe i margini di manovra sul piano finanziario, molti meno su quello politico, dove il grosso dei partiti di maggioranza e opposizione condivide un’impostazione restrittiva.

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Eppure, i dati del 2009 dovrebbero far riflettere gli stessi tedeschi per primi: quell’anno, le esportazioni crollarono sul pil della Germania di quasi 6 punti, la spesa pubblica s’impennò di 4 punti e i consumi di ben 5, segnalando come il -5,7% accusato dall’economia fosse originato proprio dal tracollo delle vendite di beni e servizi all’estero, provocando un aumento del deficit. Dunque, senza adeguati contrappesi, anche stavolta si rischiano le stesse conseguenze, per cui sarebbe desiderabile che il governo federale perseguisse obiettivi di bilancio meno stringenti e volti anche solo semplicemente ad azzerare l’attivo, puntando al pareggio, dando una mano ai consumi e agli investimenti interni ed evitando che sia la crisi a far passare i conti pubblici tedeschi in rosso.

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