Esplode il petrolio (record fino a +20%) sugli attacchi dell’Iran agli impianti sauditi

Quotazioni del petrolio fino a +20% in apertura di seduta sugli attacchi dell'Iran contro gli impianti dell'Arabia Saudita e il conseguente crollo della produzione nel regno. Ecco perché potrebbe non trattarsi di una crisi passeggera.

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Quotazioni del petrolio fino a +20% in apertura di seduta sugli attacchi dell'Iran contro gli impianti dell'Arabia Saudita e il conseguente crollo della produzione nel regno. Ecco perché potrebbe non trattarsi di una crisi passeggera.

E’ stato un fine settimana abbastanza teso nel Medio Oriente, dove il nuovo ministro saudita dell’Energia, Abdulaziz bin Salman, ha reso noto che oltre la metà della produzione di petrolio di Aramco, cioè qualcosa come 5,7 milioni di barili al giorno, risulta compromessa per via degli attacchi dell’Iran via droni.

La notizia ha scatenato gli acquisti di greggio alla ripresa odierna delle contrattazioni, con il Brent ad essersi impennato fino a un massimo di 72 dollari al barile, registrando un boom del 20%. Molto forte anche il Wti americano, che si è portato nei pressi dei 68 dollari, segnando un rialzo massimo del 15%. Mentre scriviamo, poco prima delle ore 8.00 in Italia, il Brent quota a 66,35 dollari e il Wti a 59,75 dollari per un barile.

La dipendenza dal petrolio si riduce nel mondo

Oltre a fattori tipicamente tecnici, ad avere riportato i prezzi su valori meno esplosivi vi sono stati diversi tweet del presidente americano Donald Trump, che ha assicurato di avere ordinato l’utilizzo delle Riserve Petrolifere Strategiche per il caso in cui risultasse necessario. Si tratta di 645 milioni di barili a disposizione per il mercato USA e che il Congresso ha imposto alle compagnie di accantonare sin dagli anni Settanta per reagire agli eventuali scenari di crisi. Solo tre volte da allora sono state utilizzate: nel 1991, ai tempi della Guerra del Golfo; nel 2005 per le devastazioni in Florida dell’uragano Katrina e nel 2011 per reagire al calo della produzione globale provocato dalla guerra in Libia.

Gli attacchi dell’Iran contro gli impianti petroliferi sauditi hanno assunto dimensioni inattese, che equivalgono a oltre il 5% dell’offerta globale. Tuttavia, dovrebbe trattarsi di un fenomeno passeggero, ragione per cui i principali analisti ritengono che avranno un impatto, tutto sommato, contenuto, cioè nell’ordine medio dei 3 dollari per il caso in cui il ritorno alla normalità nel regno dovesse essere garantito nel giro di qualche giorno, mentre si salirebbe repentinamente anche alla doppia cifra, se dovessero servire settimane.

Crisi del petrolio passeggerà?

Aldilà degli effetti temporanei, però, esiste un contraccolpo di lungo periodo, che il mercato del petrolio potrebbe già dover scontare.

La scorsa settimana, il greggio aveva ripiegato sul licenziamento del consigliere alla Sicurezza, John Bolton, da parte di Trump. L’uomo veniva considerato un “falco” anti-iraniano nell’amministrazione USA, per cui il suo siluro aveva fatto ipotizzare una strategia geopolitica più distesa della Casa Bianca verso l’Iran, tanto che il presidente americano vorrebbe incontrare il collega Hassan Rouhani al vertice ONU. Gli eventi stavano indirizzandosi verso un possibile, per quanto non ancora probabile, allentamento delle sanzioni USA contro le esportazioni petrolifere iraniane, facendo rifiatare il mercato.

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Con l’esplosione delle tensioni tra Iran e Arabia Saudita – quest’ultima, stretta alleata degli americani – il licenziamento di Bolton viene più che compensato sul piano dell’impatto sul greggio mondiale. Difficile più di prima, infatti, che l’America voglia allentare l’embargo, quando un suo alleato lamenta di essere stato violentemente attaccato dalla Repubblica Islamica. E si consideri che queste “provocazioni” potrebbero essere solo agli inizi, lasciando intravedere ulteriori attacchi iraniani ai siti e alle navi del regno, colpendone la produzione in maniera più stabile di quanto si pensi, nonché innescando una crisi militare nell’area parecchio preoccupante, se si considera che dallo stretto di Hormuz transiterebbe quotidianamente tra un quinto e un quarto dell’intero greggio mondiale.

Il Brent era arrivato a costare fin sopra gli 86 dollari al barile agli inizi dell’ottobre scorso, ripiegando a 50 dollari nei mesi successivi, quando il mercato comprese la portata relativamente “blanda” delle sanzioni USA contro l’Iran. Si era ripreso fino ai 75 dollari tra aprile e maggio, salvo ridiscendere in area 56-57 dollari in agosto. L’impennata di queste ore si farà sentire sulle economie importatrici già in pieno rallentamento, uno scenario che preoccuperà certamente sia l’amministrazione Trump, sia i governi europei, nel caso si mostrasse più duraturo delle attese.

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