ESM: ecco perchè la consulta tedesca darà l’ok al Fondo Salva Stati

Il prossimo 12 settembre la Corte Costituzionale tedesca si esprimerà sul Salva-Stati e sull’acquisto da parte della Bce dei bond sovrani. Secondo The Economist, alla Germania (e ai partner europei) costerebbe molto meno salvare l’Eurozona piuttosto che smembrarla.

di Stefano Fugazzi, pubblicato il
Il prossimo 12 settembre la Corte Costituzionale tedesca si esprimerà sul Salva-Stati e sull’acquisto da parte della Bce dei bond sovrani. Secondo The Economist, alla Germania (e ai partner europei) costerebbe molto meno salvare l’Eurozona piuttosto che smembrarla.

C’è grande attesa per la sentenza che la Corte Costituzionale tedesca pronuncerà il prossimo 12 settembre in merito alla legittimità del Meccanismo Europeo di Stabilità (Esm) e all’acquisto da parte della Bce dei bond dei Paesi periferici. Sebbene l’esito sia incerto, sui mercati vige un cauto ottimismo. L’impressione è che, infatti, alla fine la linea europeista prevarrà su quella euroscettica che nel corso delle ultime settimane ha animato il dibattito politico tedesco. A raffreddare ogni spinta centrifuga dall’Eurozona sono i costi che proprio la Germania sarebbe costretta ad accollarsi nel caso di uscita dalla moneta unica di uno o più Stati membri.  

THE ECONOMIST FA I CONTI IN TASCA A BERLINO: I COSTI ALLA GERMANIA DI UN EURO SENZA UNO O PIÙ PAESI

Qualche giorno fa il noto settimanale di approfondimento politico-economico The Economist ha pubblicato un interessante dossier intitolato “The Merkel memorandum” nel quale si è cercato di valutare i costi della disgregazione dell’Eurozona. Il settimanale inglese ha provato ad analizzare la questione dal punto di vista tedesco concludendo che sia nell’interesse economico di Berlino mantenere intatto l’assetto monetario dell’Eurozona e quindi dare il nulla osta sia al nuovo Salva-Stati (l’Esm) sia all’acquisto dei bond sovrani. Di seguito illustriamo per sommi capi gli scenari ipotizzati da The Economist e i costi associati a ciascuna opzione.  

PRIMO SCENARIO – USCITA GRECIA DALL’EURO

Il primo scenario ipotizzato da The Economist è quello più volte paventato dagli addetti ai lavori: l’uscita della Grecia dalla moneta unica. Un euro senza Atene renderebbe problematico il recupero da parte di Bruxelles dei 127 miliardi di euro stanziati lo scorso inverno per il salvataggio del Paese ellenico. A questi 127 miliardi vanno aggiunti i 106 miliardi di crediti verso l’’Eurosistema (TARGET2) e i 40 miliardi di buoni del tesoro di Atene acquistati dalla Bce attraverso il Securities Market Programme (SMP). Dei 273 miliardi di euro di esposizione, quasi il 45% è a carico della Germania. Si stima, inoltre, che l’uscita di Atene dall’euro possa incidere sul PIL tedesco per il 4,5%. I calcoli non tengono, tuttavia, in considerazione gli shock asimmetrici che la restaurazione della dracma recherebbe alla Germania e agli altri singoli membri dell’Eurosistema.  

SECONDO SCENARIO – UNA MONETA UNICA SENZA I “CIPS” (CIPRO, IRLANDA, PORTOGALLO E SPAGNA) MA CON L’ITALIA

Secondo The Economist, dovessero Cipro, Irlanda, Portogallo e Spagna (identificati con l’acronimo “CIPS”) disertare la moneta unica, l’Eurozona rischierebbe di accollarsi crediti inesigibili pari a 732 miliardi di euro. Anche in questo caso sarebbe la Germania la nazione maggiormente esposta (378 miliardi di euro).  

Esposizione

Grecia

CIPS

Totale

Aiuti finanziari concessi

€127 mld

€56 mld

€183 mld

Investimenti Bce in bond sovrani

€40 mld

€80 mld

€120 mld

Saldo TARGET2

€106 mld

€596 mld

€702 mld

Esposizione complessiva lorda dell’Eurosistema

€273 mld

€732 mld

€1,005 mld

Esposizione Germania

€118 mld

€378 mld

€496 mld

Esposizione altri Paesi

€155 mld

€354 mld

€509 mld

I costi all’Eurosistema dell’uscita di Grecia e CIPS dall’Eurozona (fonte: The Economist)   Sorprende l’assenza dell’Italia dall’élite dei Paesi a rischio “epurazione”. Secondo il settimanale inglese, infatti, sebbene le finanze del Bel Paese non godano di buona salute, la permanenza dell’Italia nel club monetario europeo non è – almeno per il momento – in discussione. A giocare a favore di Roma sono, infatti, due elementi: il modesto debito estero netto dell’Italia (pari al 21%, una percentuale persino inferiore a quella degli Stati Uniti – tiene a precisare The Economist) e la volontà politica di Berlino e Bruxelles di non privarsi di uno dei membri storici del Progetto Europa.  

TERZO SCENARIO – LA SOLUZIONE «LOW COST» PER BERLINO E BRUXELLES È «PIÙ EUROPA PER TUTTI»

Si stima che la simultanea uscita della Grecia e dei CIPS (Cipro, Irlanda, Portogallo e Spagna) dall’élite monetaria europea costerebbe alla Germania quasi 500 miliardi di euro e ai rimanenti membri dell’Eurozona altri 500 miliardi. Un’eventualità che rischierebbe però di ritorcersi contro Berlino perché le stime riportate da The Economist non tengono in considerazione una gamma di costi indiretti. Nel caso specifico della Germania, si calcola che il crollo dell’euro costerebbe al solo sistema produttivo e finanziario tedesco 3,3 miliardi di euro. Meno onerosa sarebbe, invece, la soluzione suggerita da The Economist ossia quella di continuare il percorso di convergenza politico-economica tracciato dall’Eurogruppo a Bruxelles lo scorso fine giugno. Il settimanale inglese ritiene, infatti, che la realizzazione dell’unione bancaria e la creazione di uno stato federale europeo costerebbero alla Germania 100-130 miliardi di euro e agli altri 16 membri dell’Eurozona tra i 200 e 270 miliardi.  

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Argomenti: Crisi Euro

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