Erdogan si converte alla realtà, accetta il rialzo dei tassi e la lira turca vola

Maxi-stretta monetaria ieri in Turchia sotto il nuovo governatore della banca centrale. I mercati finanziari hanno reagito positivamente alla svolta.

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La lira si riprende a colpi di tassi

Naci Agbal ieri aveva una sola missione: non fallire! E la prima riunione della banca centrale turca sotto la sua guida è andata più che bene. I tassi d’interesse sono stati alzati dal 10,25% al 15%, +475 punti base, come da previsioni. La lira turca ha festeggiato la notizia con guadagni intraday fino al 2,50%. Rispetto ai minimi storici toccati a inizio mese, quando ancora il governatore era Murat Uysal, ha recuperato circa l’11% e adesso scambia contro il dollaro a meno di 7,60%, ai livelli più forti da settembre. Agbal, nominato dal presidente Erdogan due settimane fa, ha anche annunciato che userà solo il suddetto tasso di riferimento per prestare denaro alle banche commerciali, segnalando la volontà di tendere a una maggiore trasparenza nelle condizioni monetarie verso il mercato.

Il giorno prima, il presidente Erdogan aveva ribadito la propria contrarietà alla stretta sui tassi, ma poco dopo aveva dovuto ammettere che la lotta all’inflazione sia una “priorità”. Un paio di giorni dopo la nomina del nuovo governatore, a sorpresa si era dimesso da ministro dell’Economia il genero Berat Albayrak, altro fautore della politica dei bassi tassi.

Il cambio ai vertici di due delle principali posizioni per la gestione della politica economica in Turchia ha messo le ali ai mercati. La lira turca, come detto, ha portato a casa guadagni a doppia cifra, mentre i rendimenti sovrani sono collassati rispetto ai massimi di inizio mese: -230 punti base per la scadenza a 10 anni, ora al 12,05%; -145 per quella a 2 anni, scesa al 13,62%. E questo mese la Borsa di Istanbul è salita di oltre il 18%.

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Cosa farà Erdogan?

Quello lanciato dalla banca centrale era il segnale che gli investitori aspettavano per tornare a scommettere sulla Turchia.

Adesso, saranno i dati sull’inflazione con ogni probabilità ad essere monitorati più di tutti. Se nei prossimi mesi si verificherà una decelerazione, restando fermi i tassi, la lira continuerà a rafforzarsi e i rendimenti dei bond turchi scenderanno lungo la curva sulle aspettative di una minore inflazione futura e di un prevedibile taglio dei tassi per quando sarà possibile.

Erdogan si è dovuto inchinare alla realtà. Già nel 2018 lo fece, quando consentì all’allora governatore Murat Cetinkaya di alzare i tassi fino al 24% per impedire l’ulteriore collasso del cambio. La stretta funzionò, ma l’anno seguente arrivò il benservito per Cetinkaya e il successore non ebbe modo di seguire una politica monetaria razionale, a causa dell’esplicito divieto di Erdogan di alzare i tassi. Per confondere le acque, vennero istituiti tassi secondari, che mediamente risultavano a ieri saliti al 14,80%, più del doppio dei livelli estivi e poco sotto il nuovo tasso d’interesse di riferimento fissato dall’istituto.

Con una lira claudicante ormai da anni, i turchi non hanno fatto che convertire i loro risparmi in dollari, accelerando la debolezza del cambio. Quest’anno, hanno messo da parte altri 30 miliardi di dollari, portando il totale al record di 224 miliardi. E le riserve valutarie lorde si sono dimezzate nel frattempo a poco più di 40 miliardi. E’ la prova che nei fatti la Turchia si sia dollarizzata per la sfiducia generale verso la lira. Questa ha perso l’80% negli ultimi 10 anni. Sarà la volta buona che Erdogan si converta alla realtà o tornerà presto a comportarsi da “sultano”, impedendo un approccio efficace ai problemi di Ankara?

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