Emissioni record di debito in valuta emergente su petrolio e tassi USA

E' boom di emissioni di debito in valuta locale presso le economie emergenti, che si preparano così ai tassi più alti attesi sui mercati avanzati. Ma anche il petrolio giocherebbe un ruolo importante.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
E' boom di emissioni di debito in valuta locale presso le economie emergenti, che si preparano così ai tassi più alti attesi sui mercati avanzati. Ma anche il petrolio giocherebbe un ruolo importante.

Anche le economie emergenti prendono atto della necessità per gli USA di alzare i tassi più velocemente di quanto atteso sinora, essendo l’economia americana su un percorso solido di crescita e notando i primi segni di effettiva reflazione con il raggiungimento della piena occupazione sul mercato del lavoro. Per non parlare di Europa e Giappone, dove le rispettive banche centrali sono ancora impegnate a transitare verso l’uscita da un decennio di accomodamento monetario. E così, dall’inizio dell’anno risultano già essere stati emessi titoli del debito in valuta locale per oltre 1.100 miliardi di dollari, quasi 3 volte i livelli registrati nello stesso periodo dello scorso anno (389 miliardi). Tuttavia, anche le emissioni di debito in valuta pesante (dollari, euro, etc.) sono cresciute da 115 a 162 miliardi. Negli ultimi 12 mesi al 31 gennaio, i debiti sovrani emergenti complessivamente emessi hanno ammontato a 340 miliardi per Dealogic, in accelerazione dai 260 miliardi del periodo febbraio 2016-gennaio 2017.

Negli ultimi anni, il debito emergente è esploso dai 12.000 miliardi del 2005 ai 60.000 del settembre 2017, mentre in rapporto al pil si è avuta una salita meno impetuosa, passando dal 146% al 217% del pil. Di questo, poco più del 50% del pil è stato contratto in valuta estera pesante, qualcosa come all’incirca sui 15.000 miliardi. Sui debiti in euro e dollari, i rendimenti corporate emergenti risultano già saliti al 4,39% dal 4,05% di inizio anno. Si tratta di livelli di gran lunga inferiori all’oltre 7% medio esitato nel periodo pre-crisi, ma anche rispetto al 6,2% a cui erano arrivati a inizio 2016.

Mercati emergenti in boom sul dollaro debole, ma la festa forse sta finendo

Che cosa significano questi movimenti? Il mondo si attende sì un rialzo dei tassi presso le principali economie, come segnalano i rendimenti dei Treasuries a 10 anni saliti ai massimi da 4 anni e in area 2,9%, mostrando un rialzo dello 0,5% quest’anno; o come i Bund, arrivati nei pressi dello 0,70% dallo 0,40% di inizio 2018. Tuttavia, parliamo di livelli assoluti ancora bassi sia in relazione all’andamento storico degli stessi bond, sia anche dei rendimenti offerti da governi e società emergenti.

Il fattore petrolio

Questi stanno approfittando della fame di rendimento ancora forte negli USA, in Europa e in Giappone per emettere quanto più debito possibile in valuta locale, rimpiazzando così il debito in valuta estera contratto in passato, man mano che arriva a scadenza. La ragione è semplice. Con il rialzo dei rendimenti, i flussi dei capitali si sposteranno verso le economie avanzate, quando lo scorso anno si era diretti per quasi 113 miliardi di dollari presso il debito emergente, quasi decuplicando i valori del 2016. Si prevede, quindi, un rafforzamento delle valute pesanti, per cui contrarre oggi debito denominato in dollari, euro, sterline, yen, franchi svizzeri, etc., appare una strategia errata per le economie emergenti, le quali si ritroverebbero a rimborsarli a cambi sfavorevoli, subendo un aggravio dei costi.

C’è un’altra ragione per cui le emissioni dei debiti in valuta emergente appaiono occasioni ghiotte per gli investitori globali anche nel breve termine: il petrolio. Le valute emergenti appaiono positivamente correlate all’andamento dei prezzi delle materie prime, di cui sono spesso produttrici le relative economie. Negli ultimi 5 anni, ad esempio, osserva Seekingalpha, il rublo russo si sarebbe mosso in tandem con le quotazioni del greggio al 65%, percentuale di poco superiore al peso colombiano. Sfiora il 40% il real brasiliano e il 35% la corona ceca.

Uno sguardo alle valute legate al petrolio

Mercati emergenti si preparano al rialzo dei tassi globale

Grazie alla crescita impetuosa, le economie emergenti incidono ormai per il 40% del pil globale. Ne hanno preso atto anche i fondi di investimento, che attuano sempre più strategie miste, ovvero diversificano gli assets contemporaneamente sui mercati avanzati ed emergenti. Lo facevano in 20 nel 2009, lo hanno fatto in 60 nel 2017. Il punto è capire quanto potrà durare la pacchia. Alcune economie, come la Cina, si mostrano già indebitate come se si trovassero a uno stadio avanzato di crescita, mentre rimangono ancora di medio livello. E la ripresa del petrolio sembra essersi spenta, con le quotazioni del Brent a perdere circa il 5% su base mensile, dopo avere toccato i massimi da quasi 3 anni a oltre 70 dollari al barile.

In ogni caso, il crescente indebitamento in valuta locale consentirà a imprese e governi emergenti di fronteggiare meglio il rialzo dei tassi globale nei prossimi anni, riducendo le esposizioni verso il debito estero. Del resto, dopo il boom di emissioni in dollari, seguito al crollo del cambio americano con il varo della politica monetaria ultra-espansiva della Federal Reserve, la corsa si è arrestata, pur riprendendo proprio lo scorso anno, in coincidenza con una fase di ripiegamento del dollaro, che ha creato evidenti opportunità di indebitamento a breve termine. E così, nei primi 2 mesi dell’anno dal 2012 ad oggi, risultano emessi 554 miliardi di dollari in valuta pesante, a fronte di 3.255 miliardi in valuta locale. Insomma, i mercati emergenti si preparano da anni all’atteso appuntamento con i deflussi dei capitali, che non sarà per ciò stesso indolore, essendo salita, pur di poco, l’incidenza del debito estero rispetto al pil nell’ultimo decennio.

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Argomenti: bolla finanziaria, bond sovrani, economie emergenti, rendimenti bond, valute emergenti

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