Emergenza profughi: Idomeni, specchio dell’Europa umanitaria che non funziona

Idomeni rischia di rappresentare un simbolo dell'Europa umanitaria che non funziona: l'emergenza profughi manda in crisi le certezze europee.

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Idomeni rischia di rappresentare un simbolo dell'Europa umanitaria che non funziona: l'emergenza profughi manda in crisi le certezze europee.

La chiusura ufficiale della rotta dei Balcani può creare un pericoloso effetto domino che si può ripercuotere in misura massiccia in Grecia e nel sud dell’Italia: Slovenia, Croazia, Serbia e Macedonia hanno di fatto chiuso le proprie frontiere ai nuovi migranti, consentendo il passaggio solo a persone dotate di passaporto regolare, e bloccando di conseguenza circa 40 mila profughi in Grecia, mentre la situazione a Idomeni, situata al confine tra Grecia e Macedonia, si fa sempre più tesa, con circa 13 mila profughi in attesa, prostrati in condizioni critiche. Ed è proprio Idomeni lo specchio di un’Europa spaccata e paradossale, dove migliaia di rifugiati siriani sono accampati da giorni in un campo profughi sommerso da abbondanti piogge, freddo e fango. Uno stato di emergenza grave che può acuirsi in una crisi umanitaria nei prossimi giorni.  

La chiusura delle frontiere

Il primo ministro sloveno Miro Cerar ha affermato martedì scorso: “Il nostro obiettivo è ripristinare pienamente il funzionamento del regime di Schengen, anziché costruire muri all’interno dell’area”. La Slovenia accetterà dunque l’ingresso dei richiedenti asilo fino a un massimo di 50 persone al mese. I Paesi del sud dei Balcani si sono subito adeguati alle nuove misure adottate, con il presidente del Governo della Repubblica di Serbia Aleksandar Vucic che ha affermato ieri come la Serbia non diventerà un centro collettivo per i rifugiati, e che il Paese si comporterà in modo umano e legale nei confronti del numero minimo dei rifugiati rimasti entro il confine dopo la chiusura della rotta balcanica.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]L’enorme pozza di fango di #Idomeni è il simbolo di un’Europa che non funziona[/tweet_box]   L’esempio della chiusura della rotta balcanica potrebbe essere seguito anche dai Paesi dell’est, con Estonia, Lettonia e Lituania in prima fila. L’Ungheria, intanto, ha proclamato lo stato di crisi per voce del ministro dell’Interno Sandor Pinter, rafforzando le misure di sicurezza e aumentando di 1.500 unità le forze di polizia e militari, al fine di controllare maggiormente i confini meridionali del Paese, mentre entro 10 giorni potrebbe essere eretto un muro al confine con la Romania per bloccare ulteriormente il flusso dei migranti. Tutte queste misure porteranno sicuramente a logiche deviazioni, creando una situazione di crisi non solo in Grecia, ma anche in Italia: entro questa estate in Puglia, infatti, secondo il presidente della Regione Michele Emiliano, sono attesi circa 150 mila rifugiati.

 

Idomeni è una enorme pozza di fango

Tornando a Idomeni, la situazione si fa sempre più preoccupante: sono molti i bambini e gli anziani che hanno bisogno praticamente di tutto, mentre l’intero campo si è trasformato in una pozza di fango a causa delle incessanti piogge. In molti sono i soggetti che richiedono assistenza medica e le precarie condizioni di salute potrebbero portare a epidemie, malattie e morte. Scarseggia anche il cibo, come ha denunciato il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini.  

L’Europa umanitaria non funziona

E proprio Idomeni può rappresentare un simbolo evidente di come l’Europa umanitaria non funzioni: un continente lacerato e impotente di fronte alla crisi migratoria, che denuncia pertanto una fragilità e una debolezza enormi quando non si parla di diktat economici e imposizioni agli altri Paesi. Idomeni è l’esempio più lampante di come l’Unione europea rappresenti solamente un mostro vorace dove i bilanci contano più di ogni altra cosa, ma basta una piccola crisi per mandare allo sbaraglio l’intera Unione ed evidenziare ancora di più le differenze tra nord e sud del Paese, una mancanza di unitarietà che in molti proclamano, ma che poi nei fatti mai si concretizza.   Sotto questo aspetto, Iacomini ha invitato tutti i leader d’Europa a “riunire il prossimo vertice europeo proprio nel campo di Idomeni“, poiché “solo guardando la realtà con i propri occhi, solo osservando a che punto siamo arrivati e in che condizioni si trovano i figli innocenti di territori dove non c’è pace, i capi di Stato e di governo potranno comprendere che bisogna mettere fine a questa tragedia umanitaria europea“. Molti profughi siriani affermano che se avessero saputo di trovare queste condizioni in quel sogno chiamato Europa, sarebbero rimasti in Siria, ma al tempo stesso c’è chi in Siria o in Turchia non vuole proprio tornare. C’è chi è siriano e curdo e in Turchia troverebbe solo ostilità.   Contro la disumanità e l’inciviltà europea, battaglia anche il direttore per le emergenze di Human Right Watch, Peter Bouckart, che ha affermato al Sole 24 Ore come questa crisi non sia causata dalle guerre, “ma dalla disunione delle politiche europee sui migranti, una crisi in Europa che sta diventando umanitaria per la Grecia, Paese già provato, i cui campi di accoglienza sono già al limite della capacità”.

Eccola, la fragilità dell’Unione: una semplice foto di Idomeni oggi rappresenta il suo più emblematico vessillo.

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