Coronavirus bond: richiesta di aiuto dell’Italia al MES drammatica e pericolosa

Aiuti dal Fondo salva-stati. Così, il governo Conte spera di aggirare la grave crisi fiscale in corso, ma si tratta di un azzardo dalle conseguenze drammatiche per l'Italia.

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Aiuti dal Fondo salva-stati. Così, il governo Conte spera di aggirare la grave crisi fiscale in corso, ma si tratta di un azzardo dalle conseguenze drammatiche per l'Italia.

L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, l’ha definita una “partita di raggiro”, sintetizzando con l’efficacia rara che gli è proprio il pericolo che l’Italia sta correndo con la richiesta di aiuto al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Facciamo una premessa: tra crollo in corso del gettito fiscale per la crisi economica patita a causa dell’emergenza Coronavirus e misure di sostegno a famiglie e imprese già varate con il Decreto “Cura Italia”, quest’anno il deficit dello stato schizzerà a qualcosa come 130 miliardi di euro, forse anche di più. Tenendo conto che nell’intero 2020 arriveranno a scadenza titoli di stato per 370 miliardi di euro, di cui circa 250 miliardi a medio-lungo termine, le emissioni complessive di cui avremo bisogno ammonteranno a qualcosa come 500 miliardi, il 28% del pil di fine 2019.

Numeri, che farebbero tremare i polsi a qualsiasi governo nel mondo e persino in una condizione paradisiaca sui mercati finanziari. A maggior ragione, nei prossimi mesi andremo incontro a enormi difficoltà nel rifinanziare i debiti in scadenza e nel farne di nuovi. La domanda si troverà dinnanzi a un’esplosione di offerta, se pensate che solamente l’amministrazione Trump ha varato per gli USA un maxi-piano da 2.000 miliardi di dollari, più di tutto il pil dell’Italia, che va ad aggiungersi ai 1.000 miliardi di deficit già fissato per quest’anno. E tra iniezioni reali di liquidità e garanzie, la Germania si esporrà per 550 miliardi di euro, il 16% del pil tedesco.

A fronte del boom dell’offerta, i BTp rischiano di essere declassati a titoli “junk” o “spazzatura” dalle principali agenzie di rating, a causa sia del tracollo dell’economia italiana, sia del forte deterioramento dei già traballanti conti pubblici.

Per quanto le banche centrali stiano riattivando i programmi di acquisto degli assets per evitare proprio una crisi di liquidità, i mercati entreranno in modalità “risk off”, discriminando sulla base della qualità. Per cercare di evitare il rischio di perdere l’accesso ai mercati finanziari, il governo Conte ha già lanciato l’ipotesi dei “Corona(virus) bond“, titoli del debito emessi dal MES e garantiti dai governi dell’Eurozona pro-quota.

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Ricorso al MES per indebitarsi a tassi bassi

Il MES avrebbe modo di indebitarsi a costi irrisori, essendo un ente sovranazionale con rating tripla “A”. I capitali raccolti con le sue emissioni verrebbero distribuiti tra gli stati membri (sulla base del pil?), i quali beneficerebbero anche dello scomputo di tale indebitamento dai loro bilanci nazionali. In soldoni, formalmente a indebitarsi sarebbe il MES e non l’Italia, per cui il nostro deficit rimarrebbe basso e il debito pubblico salirebbe di poco, salvando le apparenze di sostenibilità.

L’idea è abbracciata da Spagna e Francia, entrambe disponibili a chiedere l’attivazione degli aiuti anche per loro. Rispetto a qualche settimana fa, a Bruxelles si teme che la situazione sia così grave, specie in Italia, che persino la Germania avvalora ormai l’ipotesi che il MES eroghi aiuti non condizionati, rimuovendo il principale ostacolo che ad oggi non ha permesso al fondo di funzionare all’infuori dei casi più critici affrontati inizialmente dal precursore Efsf (Grecia, Portogallo, Irlanda e banche spagnole).

Gli aiuti condizionati del MES

Davvero crediamo che il MES verrebbe attivato incondizionatamente? In una prima fase, certamente. Nessuno avrebbe il coraggio di imporre alcunché subito a un’economia collassata come l’Italia e nel pieno di un’emergenza sanitaria. Infatti, tutti a parole ci garantiscono massima flessibilità fiscale. Tuttavia, con il passare dei mesi, riemergerebbe la natura di questo fondo, nato non per erogare aiuti a destra e manca, bensì per mettere in riga i conti degli stati che vi ricorrano in casi estremi.

L’agenda che ci verrebbe imposta sarebbe quella classica di “lacrime e sangue”, con una probabilità elevata che finalmente gli stati del nord, Germania in testa, ottengano da un’Italia indebolita e dipendente ormai sul piano politico, economico e finanziario il piatto forte da troppo tempo preteso: la patrimoniale. Quella ricchezza privata da circa 10.000 miliardi di euro verrebbe adocchiata dal MES un secondo dopo la richiesta di aiuto da parte di Roma. Nel mirino, in particolare, finirebbero il cospicuo patrimonio immobiliare degli italiani, magari attraverso l’imposizione di una super-IMU sulle seconde case e il ripristino di quella sulle prime, nonché i conti correnti con l’espediente già collaudato nel 1992 del prelievo forzoso.

Dulcis in fundo, la stangata dell’IVA. Le clausole di salvaguardia verrebbero attivate dopo anni di rinvii e le aliquote salirebbero fino al 13% per i beni primari (alimentari e farmaci) e al 25% per (quasi) tutto il resto. La pressione fiscale esploderebbe, quel che rimane dell’economia italiana verrebbe spazzato via e l’Italia rimarrebbe per decenni un debitore del MES, ente che risponde agli azionisti di maggioranza, vale a dire Germania e Francia. Se tutto questo scenario dovesse risultare indesiderabile per il resto dell’Eurozona, ci verrebbe imposta probabilmente come alternativa una qualche forma di ristrutturazione del debito, con le banche italiane detentrici dei BTp ad essere “compensate” delle perdite subite con l’erogazione di ulteriori aiuti del MES. Di questo si sta discutendo nella riforma in via di approvazione nelle prossime settimane.

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Il paradosso degli aiuti del MES

Una chicca finale, affatto tecnica. Il MES non dispone di capitale sufficiente a garanzia dei bond emessi. Quello sottoscritto supera di poco i 700 miliardi, ma quello versato è stato ad oggi di soli 80 miliardi. Se i mercati dovessero mostrarsi scettici sulla capacità del fondo di sostenere le scadenze future e richiedessero rendimenti relativamente elevati per sottoscrivere i titoli emessi, il MES finirebbe per chiedere agli stati-azionisti di versare almeno parte consistente del resto del capitale sottoscritto per segnalare maggiore solidità.

L’Italia, che al dicembre scorso aveva versato solo 14,3 miliardi sui 125 sottoscritti, si ritroverebbe a contribuire fino a una cifra massima di altri 110 miliardi, chiaramente ricorrendo a sua volta alle emissioni di BTp, che pur non formalmente debito, in questa fase verrebbero acquistati a interessi alti e finirebbero per accrescere lo stress finanziario a carico del Tesoro, quando già esso ha a che fare con una mole enorme di emissioni nei prossimi trimestri. Sarebbe questa la partita “di raggiro” a cui faceva riferimento Tremonti e che effettivamente sembra comico, se non fosse tragico. Per ottenere aiuto, dovremmo prima darlo noi al nostro aiutante. Tutto ciò cozza con la capacità dell’Italia di continuare a indebitarsi sui mercati a costi sostenibili. Il MES non ci salverebbe affatto, nel migliore dei casi rinvierebbe l’esecuzione a morte.

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