Emergenza Coronavirus: le ragioni dell’economia si scontrano con le vite umane

La lotta contro la pandemia sta colpendo le economie mondiali, provocando sconquassi finanziari e rivelandosi molto costosa. L'alternativa ci sarebbe, ma con effetti agghiaccianti per il genere umano.

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La lotta contro la pandemia sta colpendo le economie mondiali, provocando sconquassi finanziari e rivelandosi molto costosa. L'alternativa ci sarebbe, ma con effetti agghiaccianti per il genere umano.

Non avremmo mai immaginato che avremmo aperto il nuovo decennio combattendo in tutto il mondo un’emergenza sanitaria divenuta pandemia e che sta travolgendo tutte le principali economie. Il Coronavirus miete migliaia di vittime nel pianeta e l’Italia, purtroppo, risulta essere ad oggi lo stato più colpito. Devastate le aree di Lombardia, Emilia e Veneto. Province come Bergamo sono al collasso, tra ospedali senza più posti letto disponibili in terapia intensiva e forni crematori che funzionano h24 per bruciare i corpi dei deceduti, scene che non avremmo mai voluto nemmeno prendere in considerazione.

Sul piano economico, le perdite appaiono al momento incalcolabili. Sappiamo solo che il pil crollerà in Italia e subirà probabilmente un calo anche negli altri stati d’Europa, chissà se anche negli USA. E più dura l’emergenza, più marcata sarà la recessione, perché man mano che l’alta stagione verrà intaccata, la ripresa di un’economia come quella italiana, a così forte vocazione turistica, si allontanerà. E più a lungo negozi e fabbriche restano chiusi, più le conseguenze per imprese e famiglie saranno devastanti e, in molti casi, definitive. Molti chiuderanno per l’impossibilità di reggere costi fissi con un fatturato nullo o ridotto al lumicino e molti di più rimarranno senza lavoro. Il gettito fiscale crollerà, i debiti esploderanno e il livello dei servizi pubblici si ridurrà.

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Per questo, gli appelli del governo e di tutte le istituzioni a restare a casa hanno un senso, perché si spera di riuscire a contenere l’epidemia entro poche settimane, così da metterci al più presto alle spalle questa emergenza e tornare alla quotidianità di sempre, anche sul piano economico.

Ma se già la scadenza del 3 aprile sembra essere destinata alla proroga – tant’è che s’ipotizza apertamente la chiusura delle scuole fino a inizio maggio – il vero problema di questa impostazione consisterebbe nel rischio di non riuscire comunque ad azzerare il numero dei nuovi contagi, finendo per ammazzare “inutilmente” l’economia italiana. Perché di una cosa siamo certi: anche se fossimo nel pieno dell’emergenza, non potremmo chiudere a lungo l’Italia. Rischieremmo il collasso definitivo dell’economia e l’esplosione di proteste diffuse. E senza entrate fiscali, non sarebbe possibile nemmeno mantenere quel minimo di sanità pubblica, oggi percepita più indispensabile che mai.

L’alternativa impopolare

Un’alternativa teorica al “modello Italia”, che tanto modello non è mai stato, esisterebbe. Il Regno Unito sembrava crederci prima del passo indietro di Boris Johnson e la stessa Germania ci starebbe ancora riflettendo, pur rivelandosi altamente impopolare tra l’opinione pubblica. Essa consisterebbe nel non contrastare il Coronavirus, fare in modo che gran parte della popolazione inevitabilmente ne resti contagiata, così da beneficiare della cosiddetta “immunità di gregge”. Quando una percentuale elevata di persone si becca un virus, come quello dell’influenza, questo smette di diffondersi, perché l’immunità dei contagiati funge da schermo e consente anche a quanti non fossero stati ancora contagiati di non esserlo nemmeno in futuro. Su questa logica, ad esempio, si fondano i vaccini di massa.

Qual è il punto? Secondo gli studiosi inglesi, il vero allarme non scatterebbe in queste settimane, bensì con l’arrivo dell’inverno prossimo, quando il Coronavirus avvierebbe il suo secondo ciclo epidemico e mieterebbe numerose vittime, come al tempo avvenne con la spagnola. Se per allora gran parte della popolazione fosse già immunizzata, il virus non circolerebbe più e sarebbe sconfitto una volta per tutte. Magari nel frattempo sarà stato sperimentato e commercializzato il vaccino per sradicarlo definitivamente. Ma c’è il rovescio della medaglia: far diffondere il virus oggi per impedire che torni con gli interessi domani significa “sacrificare” i soggetti più deboli ed esposti al rischio maggiore di mortalità, ovvero principalmente anziani e persone affette da patologie più o meno gravi.

Se fossero vere le parole della cancelliera Angela Merkel, che giorni fa al Bundestag ha stimato che il contagio in Germania riguarderà tra il 60% e il 70% della popolazione, questo significa che nel peggiore dei casi fin quasi 60 milioni di tedeschi sarebbero contagiati. E poiché il tasso di mortalità globale risulta superiore al 3%, per la legge dei grandi numeri tra 1,5 e 2 milioni di persone in Germania non ce la farebbero. Diverrebbe un’ecatombe. Sarebbe accettabile tutto questo per evitare un’ondata ancora più virulenta e, diciamocelo con franchezza, per tutelare le ragioni dell’economia?

Quale modello seguire?

Una risposta frettolosa non esiste, almeno non sul piano prettamente razionale. Con il cuore, nessuno mai si sognerebbe di desiderare che parte di un popolo soccomba per fare stare meglio tutti gli altri. D’altro canto, fino a quale punto ci potremmo permettere di reggere in condizioni di fermo dell’economia e di continuare a salvare vite? Come metteranno pranzo e cena tra uno o due mesi gli italiani che nel frattempo continueranno a non lavorare? A proposito, fuori da ogni ipocrisia: il nostro Paese è afflitto, specie al sud, dal lavoro nero. Trattasi di un mercato che per sua natura non potrà ottenere alcuna tutela nemmeno temporanea. Ad esempio, già oggi un lavoratore in nero non può esibire alcuna autocertificazione alle forze dell’ordine per giustificare i suoi movimenti. Un dramma nel dramma.

A questo siamo arrivati: risparmiare vite umane e condannare l’economia, ma col dubbio che la strategia si riveli inefficace, oppure condannare le prime per tutelare la seconda, ma con il dubbio non meno tragico che i sistemi sanitari non reggano ai numeri dei ricoveri e che i contagiati possano beccarsi il virus anche una seconda volta.

Ci sarebbe un compromesso apparentemente virtuoso tra queste due strategie, vale a dire non chiudere tutto come sta facendo l’Italia, ma mettere in quarantena solo la parte della popolazione più esposta ai rischi, cioè anziani e malati. Se fosse possibile, il virus farebbe il suo corso, ma senza uccidere troppe persone, mentre l’economia non subirebbe contraccolpi. Nessun governo, però, se la sta sentendo di perseguire questa strada, perché comporta troppi rischi e, soprattutto, risulta giustamente impopolare.

E, allora, dovremmo auspicare che le misure adottate dal governo si dimostrino efficaci quanto prima, per quanto ad oggi dovremmo ammettere di non essere riusciti a contenere il numero dei morti, a dispetto di chi definisce l’Italia un “modello” per avere fatto da apripista in tema di quarantena quasi totale. Secondariamente, speriamo che il vaccino sia disponibile già dopo l’estate, altrimenti rischiamo di ritrovarci a fine anno nella stessa condizione di oggi. L’unica certezza, a questo punto tale, è che l’economia italiana subirà un colpo violento e che i sacrifici che un po’ tutti stiamo compiendo in queste settimane di doverosa clausura non esitino risultati concreti a breve, costringendoci a uscire di casa nelle prossime settimane per tornare necessariamente a lavorare e produrre. Perché, lo ripetiamo ancora una volta, non sarà possibile “congelare” l’economia a lungo, altrimenti non sarà il Coronavirus ad ucciderci.

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