Emergenza Coronavirus, il vero motivo per cui le scuole restano chiuse e le borse crollano

Il numero dei contagiati e dei morti in Italia sale repentinamente nelle ultime ore. Scuole chiuse fino all'8 marzo, mentre i mercati azionari arretrano a doppia cifra in poche sedute, guardando a quel che accade nel nostro Paese.

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Il numero dei contagiati e dei morti in Italia sale repentinamente nelle ultime ore. Scuole chiuse fino all'8 marzo, mentre i mercati azionari arretrano a doppia cifra in poche sedute, guardando a quel che accade nel nostro Paese.

Risultano 528 contagiati in più da Coronavirus in Italia nelle ultime 24 ore, mentre il numero dei decessi è salito a 41. In tutto, gli ammalati in Italia sono cresciuti ad oltre 1.500, ai vertici della classifica mondiale. Nel frattempo, il Consiglio dei ministri ha disposto con un decreto la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado nelle regioni Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e nelle province di Pesaro-Urbino e Savona. Non sono possibili le gite d’istruzione fino al 15 marzo, in più vengono rinviati anche tutti i concorsi pubblici e le procedure concorsuali private. Qual è il senso di tutto ciò? Minimizzare i casi di assembramento, occasioni ghiotte per la diffusione del virus.

Difficile immaginare, però, che il Coronavirus cessi del tutto di diffondersi per la sola chiusura delle scuole. E ciò alimenta il sospetto che il vero intento di questa misura straordinaria consista più che altro nel rallentare la propagazione. Non è difficile capire perché. I contagi stanno concentrandosi in aree ristrette del territorio nazionale, mettendo a dura prova gli ospedali. I reparti di terapia intensiva, in cui bisogna ricoverare gli ammalati colpiti da conseguenze rilevanti come la polmonite, possono ospitare relativamente pochi posti letto. Un afflusso incessante e crescente ne segnerebbe il collasso.

Guardate che il problema non riguarda la sola Italia. Tutto l’Occidente è spaventato da quanto stia accadendo nel nostro Paese, in quanto sarebbe solo l’anticipo di quanto stia per verificarsi nel resto d’Europa e nel Nord America, dove sinora i controlli con tampone sono stati di gran lunga inferiori e, pertanto, solo formalmente il numero dei contagi risulterebbe più basso, pur in deciso aumento negli ultimi giorni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha posto l’accento nelle settimane scorse sul fatto che la pandemia arriverebbe a riguardare 5 miliardi di persone nel mondo.

Se accadesse, sarebbe una tragedia biblica per tutti i sistemi sanitari. Non esistono in nessuno stato tanti posti letto a disposizione per una percentuale elevata della popolazione residente. Non ci sarebbe dove ricoverare i contagiati che presentassero seri problemi di salute.

Rallentare i contagi, ma a spese dell’economia

Per questo, il primo obiettivo sul piano globale sarebbe, se non di fermare, almeno di rallentare i contagi. Cento nuovi casi al giorno in uno stato sarebbero più controllabili di 3-400. Da qui, il crollo delle borse mondiali, che hanno bruciato in pochi giorni oltre 5.000 miliardi di dollari. L’indice S&P 500 ha perso quasi il 15% in 7 sedute e le perdite venerdì sono state contenute solamente dal comunicato della Federal Reserve sul pronto intervento nel caso di necessità. Il governatore Jerome Powell ha lasciato intendere che i tassi d’interesse negli USA torneranno a scendere dal board di marzo.

Perché l’allarme Coronavirus a Trump, fino a un certo punto, conviene

In effetti, il rallentamento del contagio avverrebbe a spese dell’economia. Fermare manifestazioni pubbliche di qualsiasi natura (si pensi alle gare sportive), limitare gli spostamenti o appellarsi a contenerli per alcune settimane, disporre la quarantena in alcune aree degli stati e ridurre gli orari di apertura di esercizi commerciali in altre significano solo una cosa: meno pil! La minore produzione e il calo dei consumi attesi stanno impattando i listini azionari, allargando il divario tra obbligazioni percepite come “sicure” e altre meno, visto che in una condizione di congiuntura debole, a rischiare maggiormente sono i debitori finanziariamente più in affanno. Vale per le imprese, ma anche per banche e stati. E l’Italia torna nel mirino degli investitori, essendo partita quest’anno già con un’eredità negativa sul fronte della crescita.

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