Eliminate l’euro per salvare l’Europa. Dalla Francia l’appello di tre economisti

L'Area Euro non si regge più. Per Henkel, Granville e Kawalec l'unica opzione è il ritorno alle monete nazionali o l'uscita del Nord dall'unione monetaria

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L'Area Euro non si regge più. Per Henkel, Granville e Kawalec l'unica opzione è il ritorno alle monete nazionali o l'uscita del Nord dall'unione monetaria
Secondo i tre economisti francesi l’Euro rischia di trascinare a picco l’Europa

L’Eurozona non ha futuro. Ne sono convinti tre economisti europei: la britannica Brigitte Granville, il tedesco Hans-Olaf Henkel (ex presidente della Confindustria tedesca e attuale leader del movimento anti-euro Alternativa per la Germania) e il polacco Stefan Kawalec.

 

Crisi Euro: un’Europa fratturata in più “Europee”

Su Bloomberg hanno pubblicato un articolo, destinato a diventare il manifesto degli accademici euroscettici. I tre prendono spunto dall’incongruenza tra le attese dall’euro negli anni Novanta e quanto effettivamente è accaduto in questi anni. La moneta unica doveva servire a ridurre le distanze tra stati più ricchi e quelli più poveri dell’Europa, grazie al venir meno del rischio di cambio, che avrebbe dovuto trasferire i capitali dal centro alla periferia. E’ accaduto, invece, che le differenze tra le economie si sono ampliate, a causa dell’aumento del gap di competitività (L’Ocse invita la Bce a portare in negativo i tassi sui depositi).

L’euro, infatti, ha sì annullato il rischio di cambio, ma al contempo ha impedito ai singoli stati di competere sui mercati internazionali e anche intra-europei con una valuta basata sui loro fondamentali. Le differenze di costo, che si riflettono sui prezzi e, quindi, sul tasso di cambio, non hanno potuto trovare una compensazione, con il risultato che i paesi deboli del Sud (Francia compresa) si sono ritrovati nel 2010 con un deficit delle partite correnti tra il 2% e il 10% del loro pil, quando in Germania si registrava nello stesso anno un surplus del 6%. Tra il 1999 e il 2011, in Spagna, Grecia, Portogallo e Francia i costi unitari del lavoro sono cresciuti, infatti, tra il 19% e il 26% in più che in Germania.

In una situazione del genere, le soluzioni possibili per ripristinare l’equilibrio sarebbero due: piena mobilità del lavoro, per cui i lavoratori dei paesi più deboli si spostano verso gli stati più forti; trasferimenti di ricchezza dagli stati forti agli stati più deboli, ad esempio, tramite un accrescimento del tasso d’inflazione nei primi, al fine di rendere relativamente più competitivi i secondi.

In sostanza, o i disoccupati italiani, spagnoli, greci, portoghesi, francesi emigrano in Germania, Finlandia, Olanda e Austria, oppure il governo tedesco dovrebbe scientificamente innalzare la crescita interna dei prezzi, magari con politiche fiscali espansive o sulla base delle misure accomodanti della BCE, per rendere le merci dei partners europei più a buon mercato.

E’ evidente che né l’una, né l’altra soluzione siano realistiche. Nel primo caso, perché vari fattori, in primis, culturali e linguistici impediscono la piena mobilità intra-UE dei lavoratori; nel secondo caso, invece, sarebbe un processo politicamente insostenibile, perché il governo tedesco dovrebbe appositamente andare contro l’interesse del paese che guida, per favorire gli altri stati.

 

Fine dell’Euro per tenere in piedi l’Europa

E allora? Secondo i tre economisti, l’unica soluzione a questo punto sarebbe la rottura dell’Area Euro. O ciascuno torna ordinatamente e sulla base di un processo guidato alle monete nazionali, o meglio, i paesi forti escono dall’unione monetaria, rendendo ciò che resto dell’Eurozona più competitiva, grazie a un nuovo euro deprezzato. Tuttavia, è convinzione comune che la Germania, il paese più forte dell’unione, non potrebbe mai compiere un tale passo, a causa della sua storia. Berlino non può offrire ancora una volta l’immagine di abbandonare gli stati più deboli dell’Europa e di distruggere il cammino verso l’integrazione anche politica del Vecchio Continente.

 

Uscita dall’Euro: il ruolo della Francia

Per questo, Granville, Henkel e Kawalec fanno appello alla Francia, che in qualità di stato determinante nella costruzione dell’Eurozona, ora dovrebbe avere la forza di guidare il fronte di quanti ritengono che l’euro rappresenti un fattore di crisi e di divergenza, non di pace e di crescita.

Parigi, quindi, dovrebbe farsi carico di salvare l’Europa, smantellando l’unione monetaria. Un’apparente contraddizione, ma che secondo i tre studiosi si configurerebbe come l’unica via per cercare di mantenere la pace e una prospettiva di crescita nel Vecchio Continente.

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