Elezioni UK, risultati shock: conservatori senza maggioranza, rischio caos Brexit

Risultati elettorali shock nel Regno Unito, dove i conservatori di Theresa May vincono, ma senza conquistare la maggioranza dei seggi in Parlamento. Avanzano i laburisti di Jeremy Corbyn e crollano i nazionalisti scozzesi. Adesso, il negoziato sulla Brexit si fa più complicato.

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Risultati elettorali shock nel Regno Unito, dove i conservatori di Theresa May vincono, ma senza conquistare la maggioranza dei seggi in Parlamento. Avanzano i laburisti di Jeremy Corbyn e crollano i nazionalisti scozzesi. Adesso, il negoziato sulla Brexit si fa più complicato.

I pifferai scesero dalla montagna per suonare e furono suonati. Possiamo riassumere così l’esito shock delle elezioni nel Regno Unito, che ad aprile erano state invocate e ottenute dal premier Theresa May, in scia a sondaggi ultra-favorevoli per il suo Partito Conservatore, i cui consensi doppiavano quelli del Labour all’inizio della campagna elettorale, come segnalava anche il voto amministrativo di appena un mese fa. E, invece, quando mancano i risultati in 9 dei 650 seggi della Camera dei Comuni, sappiamo per certo che i Tories hanno perso la maggioranza assoluta, scendendo da 330 a presumibilmente 319 seggi, pur rimanendo il primo partito britannico. (Leggi anche: Londra decide una seconda volta sulla Brexit: Theresa May verso un’ampia vittoria in stile Thatcher?)

Netta l’avanzata dei laburisti di Jeremy Corbyn, che dati praticamente per morti e sull’orlo della scissione, hanno guadagnato una trentina di seggi, salendo a 260. A +4 anche i liberaldemocratici, che si fermano, però, a 12 seggi, mentre a incassare una dura batosta, oltre ai conservatori, sono i nazionalisti scozzesi, che perdono al momento 19 seggi, crollando a 35.

La notte è stata drammatica per il premier sin dagli exit polls, che offrivano l’immagine di un “hung parliament”, un Parlamento senza maggioranza. Poche settimane fa, aveva preteso le elezioni anticipate proprio per farsi consegnare un mandato forte sulla Brexit, trattando con la UE da una posizione più favorevole.

Svanito il vantaggio dei Tories sui laburisti

E’ accaduto l’esatto contrario, ovvero che gli elettori abbiano scisso le due questioni – il voto generale e la Brexit – con il risultato di avere indebolito la maggioranza uscente. Diverse possibili ragioni sarebbero alla base dell’insuccesso della May: il passo falso sulla cosiddetta “dementia tax”, la volontà di far pagare la sanità agli anziani più benestanti; essere partita da numeri fin troppo sorridenti per il suo partito e forse anche gli attentati terroristici a Manchester e Londra.

Il vantaggio dei Tories sui laburisti è crollato ad appena due punti percentuali, ovvero a circa 650.000 voti di scarto. Dal quartiere generale dei primi, l’aria che tira è di bufera sulla persona della May, che potrebbe dimettersi, avendo trascinato l’intero partito in un qualcosa che somiglia alla sconfitta, oltre che l’intero paese in un possibile caos.

Come farà adesso il governo a negoziare sulla Brexit con risolutezza? Se lo sono chiesti pure i mercati ieri sera, quando alla pubblicazione degli exit polls hanno reagito con un crollo repentino della sterlina del 2% contro il dollaro. Al momento, il cambio è poco sopra a 1,27 da 1,2960 di fine seduta al mercoledì. (Leggi anche: Terrorismo, elezioni e Brexit: mercati nervosi)

Boris Johnson si scalda a prendere il posto della May

I liberaldemocratici si sono tirati fuori dal gioco delle possibili alleanze con l’uno o l’altro schieramento, mentre gli unionisti dell’Irlanda del Nord, passati da 8 a 10 seggi, sarebbero disponibili a trattare. E’ molto probabile, quindi, che un governo guidato dai conservatori e appoggiato da almeno un’altra formazione minore vi sarà, ma il punto è un altro: i Tories hanno perso la scommessa considerata vincente.

Chi prenderebbe il posto del premier uscente? In pole position vi è Boris Johnson, attuale ministro degli Esteri, già sindaco di Londra per due mandati fino allo scorso anno e tra i più ferventi sostenitori della Brexit, a differenza della May, che nel corso della campagna referendaria del 2016 si tenne in disparte e si schierò con tiepidezza in favore del “Remain”, ovvero per fare restare il Regno Unito nella UE, salvo mostrare una posizione abbastanza dura con la UE, non appena entrata a Downing Street, dopo le dimissioni di David Cameron.

Quanto ai laburisti, il successo innegabile di Corbyn come leader crea forse all’interno del partito più problemi che entusiasmo.

La figura del segretario è invisa ai più tra i deputati, che ritengono la sua piattaforma programmatica troppo spostata a sinistra e un potenziale regalo ai Tories, anche se stanotte le cose non sono andate proprio così. Il flop dell’SNP, il partito indipendentista scozzese, invece, allontana parecchio la prospettiva di un secondo referendum secessionista in Scozia, che oltre tutto, spiegano i sondaggi, sarebbe ancora una volta perso. (Leggi anche: Tassa e spendi, quando la sinistra torna alle origini)

 

 

 

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