Elezioni, rivolta del sud alle urne tra astensione e voto ai 5 Stelle

La rivolta elettorale del sud sarà determinante per gli equilibri politici al voto del 4 marzo. La politica tradizionale ha fallito, come dimostrano tutti gli indicatori macroeconomici.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La rivolta elettorale del sud sarà determinante per gli equilibri politici al voto del 4 marzo. La politica tradizionale ha fallito, come dimostrano tutti gli indicatori macroeconomici.

Chi vincerà il 4 marzo lo decide il sud. Sembra una costante della Seconda Repubblica, in cui gli umori degli elettori meridionali hanno determinato lo spostamento dei consensi dall’una all’altra coalizione, ma stavolta il voto al di sotto di Roma potrebbe assumere i caratteri del ribellismo e mutare gli equilibri anche all’interno delle coalizioni, specie nel centro-destra, come vi abbiamo spiegato ieri in un articolo sui rapporti di forza tra Forza Italia e Lega. Il voto al sud determinerà chi vince o provocherà instabilità, a seconda delle dimensioni che assumerà. I sondaggi segnalano qui un boom di consensi per il Movimento 5 Stelle, che pressappoco otterrebbe un terzo delle preferenze. Considerando che l’astensione in queste regioni non difficilmente potrebbe riguardare almeno 4 elettori su 10, capiamo bene il senso grave di quanto starebbe per accadere per la politica tradizionale, delegittimata nei fatti ai seggi. (Leggi anche: Elezioni, Forza Italia sotto Lega al nord è un pessimo segnale per Berlusconi)

Per capire le ragioni di questa peculiarità, dobbiamo fare riferimento ai pessimi dati macroeconomici, che negli ultimi anni non hanno fatto che peggiorare, a causa della crisi che ha investito tutto lo Stivale. La tragedia del Meridione si chiama lavoro. Lo ha qui meno di un residente su due tra i 15 e i 64 anni, quando al nord siamo nell’ordine dei due terzi e in linea con la media europea. E a fronte di un tasso di disoccupazione nazionale dell’11%, al sud sale quasi al doppio, toccando il 20%. Per non parlare della condizione femminile, a dir poco spaventosa: solo una donna su tre in età lavorativa ha un’occupazione, quando la media nazionale è del 50% e al nord sfiora il 60%. In 40 anni, mentre la percentuale delle donne al lavoro è cresciuta del 20% al nord, al sud lo ha fatto per appena il 7%. Dato inquietante: prima della crisi, risultava occupata al sud più di 2 laureate su 3, oggi poco più di 1 su 3. Nel resto d’Italia, le percentuali hanno retto, restando a circa 3 su 4. Disoccupazione giovanile, senza bisogno di dirlo, drammatica e ai livelli più alti d’Europa con punte di quasi il 60% in regioni come la Calabria. E, infine, il fenomeno della sottoccupazione: quasi 4 lavoratori part-time su 5 al sud sono involontari, ovvero costretti per ragioni economiche a scegliere un lavoro non a tempo pieno, pur volendo lavorare di più.

 

Questi sono solo i numeri essenziali di una tragedia, che sta provocando lo spopolamento di intere aree meridionali, con il fenomeno dell’emigrazione, specie tra coloro che posseggono un titolo di studio medio-alto, ad essere tornato di attualità come mezzo secolo fa. E che dire dei tassi di povertà, che coinvolgono fino a 4 volte in più del nord le famiglie?

Sarà lotta seggio per seggio

La politica degli ultimi decenni di risposte non ne ha fornite ad alcun livello. Le cattive amministrazioni locali e regionali si sono succedute in perfetto stile bipartisan: sprechi enormi, spese clientelari, corruzione, assenza di lungimiranza, qualità infima di politici e burocrati. I governi nazionali hanno fatto il resto. Il sud è stato serbatoio di voti ora di questa, ora di quella coalizione, ma senza aver tratto alcun beneficio dall’una e dall’altra.

Per questo, il sentimento diffuso tra i meridionali stavolta sembra essere un misto tra non voto e voto di protesta. Gli appelli last minute a scegliere la competenza, a non mettersi nelle mani di gente che si teme non sarebbe in grado di governare hanno molta minore presa qui che nel resto d’Italia, non fosse altro perché da perdere c’è di gran lunga di meno che al nord. I sondaggi segnalano che nei collegi uninominali la battaglia sarà quasi esclusivamente tra centro-destra e 5 Stelle. Una manciata di voti deciderà in favore della coalizione o del movimento. Il film è stato già visto a novembre in Sicilia, dove alle regionali la coalizione di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e altri ha prevalso di circa il 4% sul candidato grillino, mettendo fuori gioco quello del PD, fermatosi sotto il 20%, ma con un’astensionismo che ha riguardato un elettore su due. (Leggi anche: Elezioni, lotta seggio per seggio: ecco perché Berlusconi attacca solo i 5 Stelle)

Sud croce e delizia degli schieramenti al voto

Il ribellismo del sud farà male a Roma, se non consentisse a nessuno degli schieramenti in corsa di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Ne seguirebbe il caos, con buona pace di chi vede oggi nelle larghe intese una soluzione credibile. Non lo è né sul piano numerico, né politico. Forza Italia, PD e centristi insieme non avrebbero la maggioranza e quand’anche riuscissero a governare per il rotto della cuffia, alimenterebbero un clima di risentimento trasversale ancora più forte, creando le premesse per un disastro elettorale alla tornata successiva e scatenando tensioni inimmaginabili.

Chiunque voti il sud, non sarà per convinzione. Se prevalesse il centro-destra, avverrebbe senza alcun entusiasmo, perché la disillusione è totale e maggiore che nel Centro-Nord. E se a vincere fossero i grillini, non sarebbe certo per le proposte da questi presentate, bensì solo per inviare a Roma un grande “vaffa” dopo decenni di pessime amministrazioni e di promesse nemmeno minimamente mantenute. La stessa crescita della Lega su percentuali dignitose, impensabile fino a qualche anno fa, esprime il disagio di un’area che si avverte esclusa da ogni forma di progresso e abbandonata alla cialtroneria di una classe dirigente che non muore mai. Il sud determinerà gli equilibri politici il 4 marzo, ma conquistarlo è dura. Non serviranno promesse mirabolanti, conversioni improvvisate alla causa meridionale o appelli al voto utile. Un quarto di secolo di pessima Seconda Repubblica basta e avanza qui. (Leggi anche: Larghe intese impossibili dopo il voto)

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Argomenti: Politica, Politica italiana