Elezioni, PD di Renzi rinchiuso nel bunker delle regioni rosse

I sondaggi elettorali punirebbero il PD di Matteo Renzi, che frana al nord e al centro-sud, resistendo nelle regioni rosse. Ma la crisi delle banche potrebbe regalare brutte sorprese anche qui.

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I sondaggi elettorali punirebbero il PD di Matteo Renzi, che frana al nord e al centro-sud, resistendo nelle regioni rosse. Ma la crisi delle banche potrebbe regalare brutte sorprese anche qui.

Il 2018 non si apre con buone nuove per Matteo Renzi. La lista +Europa di Emma Bonino potrebbe non allearsi con il suo PD, complice l’alto numero di firme da raccogliere in ciascuno dei 63 collegi prurinominali in cui è stato suddiviso il territorio italiano dalla nuova legge elettorale, che avrebbe indispettito l’ex commissario europeo e già ministro del governo Prodi. Saranno pure numeri apparentemente insignificanti quelli dei consensi per l’ex pupilla dello scomparso Marco Pannella, ma anche le virgole servono nei collegi uninominali per vincere e cosa assai più inquietante per il Nazareno, rischia la debacle assoluta nel caso in cui la corsa solitaria portasse alla Bonino appeal e più voti. (Leggi anche: Renzi e Boschi pagano l’appiattimento del PD sulla finanza)

Gli ultimi sondaggi vanno di male in peggio per l’ex premier, non solo in calo nei consensi, ma prossimo alla disfatta nei collegi uninominali. Secondo Ixè, alla Camera il centro-destra (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia) otterrebbe 292 seggi, 24 in meno della maggioranza assoluta richiesta, mentre il Movimento 5 Stelle ne prenderebbe 167, il PD solo 138 e Liberi e Uguali 29. Con l’uninominale, al nord il centro-destra otterrebbe 68 seggi, l’M5S 14 e il PD 8. In Lazio+Sud+Isole, si avrebbero rispettivamente 72, 25 e 4 seggi.

Ora, i sondaggi valgono quel che valgono e le campagne elettorale esistono per spostare consensi. Ne sa qualcosa proprio il centro-sinistra, che si vide pareggiare il risultato dal centro-destra di Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del 2006, quando poche settimane prima del voto conduceva la partita con una ventina di punti di vantaggio. Alla fine, vinse per 24.000 miseri voti. Qui, però, vogliamo concentrarci su un altro aspetto, ovvero della crisi d’identità del PD, che dopo avere giocato nella legislatura corrente la carta del partito delle riforme e del nuovo rappresentante delle partite IVA, si ritrova paradossalmente rintanato nelle sue storiche regioni rosse, come (e più) ai tempi in cui a guidarlo era Pierluigi Bersani, che pure strappò alle urne il 25,5% dei voti, più di quelli che la media dei sondaggi assegna oggi a Matteo Renzi.

Renzi appeso alle regioni rosse

Torniamo all’analisi dei collegi. Sappiamo quanto i dati siano in sé fuorvianti. Nel 2001, l’allora Polo delle Libertà conquistò in Sicilia 61 seggi su 61, mentre l’Ulivo restò a secco. Eppure, non che sull’isola il centro-destra abbia ottenuto il 100% dei consensi, semplicemente ha prevalso in ciascun seggio per anche solo pochi voti in più. Detto ciò, non appaiono meno drammatici gli 8 seggi su 90 assegnati al nord e gli appena 4 su 101 al centro-sud assegnati al PD. Questi numeri segnalano che Renzi non riuscirebbe ad accreditarsi più né nelle aree industriali e tipicamente laboriose d’Italia, né in quelle maggiormente sofferenti sul piano economico e sociale. In altre parole, l’ex premier non rappresenterebbe più né la borghesia trainante, né le aree di disagio. Dovrebbe accontentarsi dell’elettorato storico di centro-sinistra di Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche, quello paradossalmente più a rischio “tradimento”, in quanto attratto dalla nuova formazione di sinistra capeggiata da Pietro Grasso, nonché dal movimentismo protestatario dei pentastellati.

Se davvero il centro-destra fosse a 25-30 seggi dalla maggioranza assoluta alla Camera (al Senato è accreditato di 151 seggi su 315), a spingerlo potenzialmente verso la vittoria piena sarebbe un qualsiasi smottamento del PD nelle sue roccheforti in favore degli “scissionisti” di LeU. Presto per fare simili conti, ma il dato che impressiona è quello di un PD, che non più tardi di un anno fa pensava seriamente di avere ereditato dal morente centro-destra la rappresentanza dei tessuti produttivi del nord. Per questo, erano state piazzate nei luoghi giusti alcune stelle nascenti del nuovo corso renziano, come quel Giorgio Gori sindaco di Bergamo, che pur uscendo dal management di Mediaset, aveva preferito il Nazareno ad Arcore, nella speranza di ritrovarsi quest’anno alla guida della più ricca e popolosa regione italiana.

Risalire i consensi per Renzi sarà arduo, date le condizioni. Se volesse inseguire il centro-destra sul terreno delle sue proposte (tasse, immigrazione, Europa), rischierebbe di perdere voti proprio laddove ne avrebbe oggi di più, franando cioè in casa. Se, al contrario, volesse arroccarsi nella difesa identitaria, a parte costituire una rottamazione politica del segretario “innovatore”, scivolerebbe ulteriormente nel resto d’Italia. La risalita forse sarebbe persino ipotizzabile, ma non con una leadership consumata che mette in fuga alleati possibili e attuali. E attenzione a quanto accadrà in zone come Siena, Arezzo e Ancona, dove la crisi delle banche ha travolto migliaia di risparmiatori e imprenditori locali e che sul piano dell’immagine Renzi e il suo braccio destro, Maria Elena Boschi, sembrano avere perduto. Sarebbero province sicure per il PD, tranne che il responso delle urne si riveli nefasto pure qui. (Leggi anche: Crisi banche, Renzi e Boschi ridicolizzati in Commissione)

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