Elezioni, i numeri che spaventano i leaders a 6 giorni dal voto

Elezioni a -6 giorni. Ecco quali numeri temono i vari leaders politici e a quali ambirebbero sulla base dei sondaggi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Elezioni a -6 giorni. Ecco quali numeri temono i vari leaders politici e a quali ambirebbero sulla base dei sondaggi.

Tour finale dei partiti per convincere gli ultimi indecisi a recarsi alle urne e votarli. E Silvio Berlusconi, seguendo la ben nota strategia mediatica di concentrare le apparizioni nella fase finale della campagna elettorale, sta intervenendo praticamente in ogni spazio televisivo disponibile. Ieri, ospite di Barbara d’Urso a Domenica 5, ha rievocato il “colpo di stato tranquillo” ordito, a suo dire, dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per fare cadere il suo governo nel 2011. L’ex premier sostiene di disporre di sondaggi privati, secondo i quali il centro-destra sarebbe poco oltre il 40% dei consensi e avrebbe conquistato virtualmente già la maggioranza assoluta dei seggi. Serve, tuttavia, rafforzarla il più possibile, spiega.

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Aldilà delle dichiarazioni formali, Forza Italia ha un grosso timore, ovvero di venire scavalcata ai seggi dalla Lega di Matteo Salvini, che sabato pomeriggio ha tenuto la sua manifestazione al Duomo di Milano, affollato di elettori meridionali, dalla Puglia alla Sicilia, segno di come il Carroccio abbia modificato geneticamente il proprio dna e possa così ambire a espugnare il primato nella coalizione degli azzurri.

Stando ai sondaggi clandestini (pubblicazione vietata da 10 giorni), la Lega inseguirebbe Forza Italia di almeno 3 punti percentuali, ma il dato potrebbe risultare sottostimato. Pensate che sia facile per un elettore meridionale rispondere al telefono a chi realizza l’intervista che voterà per Salvini? Il possibile “shy vote”, come lo definirebbero gli americani, alla fine potrebbe concretizzarsi in percentuali al sud per la Lega ben più solide di quelle segnalate dai sondaggi. Se da un lato ciò si rivelerebbe paradossalmente decisivo per far vincere il centro-destra con una maggioranza in entrambe le Camere, dall’altro esso implicherebbe che a Palazzo Chigi andrebbe proprio Salvini, stando agli accordi siglati nella coalizione. E, tuttavia, per Berlusconi sarebbe uno choc personale, oltre che uno smacco internazionale, avendo egli rassicurato Bruxelles che il centro-destra al governo sarà a trazione azzurra.

Il doppio incubo di Renzi

Le percentuali della Lega non sono le uniche ad agitare gli animi politici prima delle elezioni del 4 marzo. Nel centro-sinistra è batticuore per i consensi di +Europa di Emma Bonino. Se superasse il 3%, addio parlamentari aggiuntivi per il PD e, soprattutto, possibile presenza in Parlamento di una pattuglia di deputati e senatori, che si muoverebbe in autonomia e arriverebbe persino a sostenere un eventuale esecutivo di centro-destra, se a guida Forza Italia. E non sarebbe nemmeno da escludere lo scenario, nel caso di impasse politico-istituzionale, di un governo guidato dalla ex leader radicale e appoggiato da PD, Forza Italia e centristi. Resta poco probabile, non fosse altro che per assenza di numeri sufficienti, ma l’idea affascina qualche militante del centro-sinistra, che forse per questo tende ultimamente a guardare a +Europa con maggiore interesse rispetto al PD, in molti casi. Matteo Renzi ha l’incubo della Bonino da almeno un paio di settimane. Per la legge elettorale, se una lista ottiene più dell’1% e meno del 3% non entra in Parlamento, ma i suoi voti vanno sommati a quelli ottenuti dalle liste della coalizione che hanno superato la soglia del 3%. Dunque, il PD spera che sia la Bonino che la lista di Beatrice Lorenzin ottengano più voti possibili, ma restando sotto il 3%, così da massimizzare il proprio risultato in termini di seggi. Tuttavia, stando ai sondaggi, la Lorenzin vedrebbe l’1% col binocolo e la Bonino potrebbe ambire a superare il 3%.

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Non ricevendo forse granché sostegno dalle liste alleate, il Nazareno dovrà fare da sé. I numeri che arriverebbero dalle rilevazioni, però, appaiono allarmanti. Il PD sarebbe vicino alla soglia del 20%. Certo, dalla sua il partito dovrebbe confidare nella maggiore affluenza ai seggi tra gli anziani, l’unica parte dell’elettorato in cui Renzi dominerebbe con percentuali elevate. Al nord come al sud, i democratici se la passerebbero molto male e al centro non arriverebbero mediamente al 30%. Si rischia la sconfitta bruciante in collegi-chiave come Bologna, dove il candidato Pierferdinando Casini crea malumori nella base e prima del black-out, i sondaggi lo davano sotto per consensi rispetto al rivale della sinistra, Vasco Errani. Renzi punta ufficialmente al primo posto come partito, ma sa che non avrebbe molte speranze di arrivarci. Sarebbe in sé un grosso risultato se prendesse il 25%, lo stesso dato ottenuto da Pierluigi Bersani nel 2013. Ad oggi, appare poco probabile persino questo obiettivo minimale.

I numeri di 5 Stelle e sinistra

E andiamo al Movimento 5 Stelle. Qui, si guarda con ottimismo alla prima posizione, quasi certa. Tuttavia, i “grillini” puntano al 30%, che sarebbe una soglia psicologica importante da centrare. Al sud, non sarebbero distanti dal 40%, ma il loro problema si chiama nord e centro. Specie nelle grandi regioni settentrionali si attesterebbero poco oltre il 20%, limitati dalla Lega di Salvini, che qui gioca chiaramente in casa. Si vocifera che l’M5S si sia dato un obiettivo minimo del 27%, per cui ogni decimale superiore sarebbe considerato un successo. Resta da vedere se la vicenda “rimborsopoli” sottrarrà loro consensi o, invece, come già accaduto per le vicissitudini della giunta Raggi a Roma, non smuoverà in alcuna direzione i consensi.

E a sinistra? Liberi e Uguali non sembra possa mostrarsi soddisfatta di come sia andata questa campagna elettorale sino ad oggi. Mai al centro del dibattito, il partito di Pietro Grasso non è riuscito a capitalizzare l’attenzione mediatica che gli sarebbe arrivata dal non secondario particolare di essere guidato dalla seconda e terza carica dello stato. L’anti-renzismo non paga, vuoi per la crisi di credibilità dei dirigenti LeU, vuoi perché questo sentimento è ben rappresentato da grillini e leghisti. A quali percentuali potrà realisticamente aspirare? Il 5% sarebbe alla portata, il 6% dovrebbe essere celebrato come un successo, ma allo stato attuale sembra più probabile che i consensi siano più attorno alla prima percentuale. La sinistra va male a nord e sud, benino al centro, dove non prenderebbe, comunque, nemmeno qui la doppia cifra. Una discesa sotto il 5% dovrebbe essere considerata un fallimento imbarazzante.

Infine, quante probabilità avrebbe un governo delle larghe intese di nascere, in assenza di una maggioranza chiara in Parlamento? La risposta ce la fornirà il risultato della Lega. Dando per assodato che l’M5S ottenga tra il 27% e il 28% dei voti, Fratelli d’Italia e LeU il 5% ciascuno, il Carroccio dovrà prendere almeno il 12-13% per sventare ogni possibile tentazione “inciucista”. A quel punto, infatti, la somma dei seggi tra PD, Forza Italia e centristi difficilmente arriverebbe a 316 deputati alla Camera e 158 al Senato.

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Argomenti: Politica, Politica italiana