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Petrolio e nucleare in gioco alle elezioni in Iran, sfida tra riformisti e conservatori

Seggi aperti in Iran, dove 56 milioni di cittadini votano per scegliere il nuovo presidente. In corsa l'uscente riformatore Rouhani e il candidato conservatore Raisi. In ballo c'è l'accordo nucleare di fine 2015.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Seggi aperti in Iran, dove 56 milioni di cittadini votano per scegliere il nuovo presidente. In corsa l'uscente riformatore Rouhani e il candidato conservatore Raisi. In ballo c'è l'accordo nucleare di fine 2015.

Si sono aperti i 60.000 seggi in Iran, dove 56 milioni di persone sono chiamate a votare per le elezioni presidenziali. Se nessuno dei candidati in gara raggiungerà la metà più un voto, si andrà al ballottaggio. In corsa vi sono l’uscente Hassan Rouhani, 68 anni, a capo dello schieramento riformatore, mentre per l’ala più conservatrice vi è Ebrahim Raisi, 56 anni, professore universitario di diritto e considerato papabile successore dell’ayatollah Alì Khamenei, 77 anni, massima autorità religiosa del paese e che di fatto ha l’ultima parola su ogni atto rilevante della vita pubblica iraniana.

Anche i riformisti Mostafa Hashemitaba e Mostafa Mirsalim ambiscono alla presidenza e le divisioni nel campo riformatore potrebbero avvantaggiare proprio Raisi. D’altra parte, è l’ayatollah a scegliere chi possa o meno presentarsi alle elezioni. In aprile era stata respinta la candidatura dell’ex presidente ultra-conservatore laico Mahmud Ahmadinejad, forse anche per non creare divisioni nel campo conservatore. (Leggi anche: Perché l’Iran è un mercato prezioso per l’economia italiana)

Le posizioni del presidente Rouhani

Stando a diversi sondaggi, Rouhani dovrebbe prevalere nei consensi oggi, anche se mancherebbe la soglia del 50%, rendendosi necessario il ricorso al secondo turno. Si stima che l’affluenza ai seggi sarà più bassa del 2013, quando vi si recò il 77%, cosa che avvantaggerebbe, in teoria, Raisi.

A combattersi a queste elezioni sono due visioni dell’Iran. L’uscente Rouhani può vantare il raggiungimento dell’accordo nucleare con le principali potenze mondiali, tra cui gli USA, che dal gennaio dello scorso anno consente a Teheran di tornare ad esportare petrolio, dopo oltre 4 anni di embargo. Egli propugna anche un maggiore sostegno al business e un’apertura commerciale del paese. In politica interna, si è speso per la liberazione degli oppositori politici arrestati nel 2009, a seguito delle proteste del Movimento Verde, criticando spesso anche l’autorità religiosa. (Leggi anche: Petrolio, Iran produrrà anche a un dollaro)

Le posizioni del candidato conservatore

Il suo principale avversario, invece, è molto schierato sulle posizioni di Khameini e ha promesso di elargire in maniera più diffusa sussidi nel caso di vittoria. In concreto, si presenta al voto con un programma “populista”, teso a distribuire ricchezza, il che gli porterebbe in dote i consensi delle fasce più deboli della popolazione, specie nelle campagne. Raisi non si oppone all’accordo nucleare, sostenendo che lo attuerebbe da presidente, anche se le buone relazioni internazionali non rientrano tra le sue priorità.

Cosa accade, se a vincere fosse proprio il conservatore? Sarebbe percepita come una sconfitta del responsabile della pax nucleare di un anno e mezzo fa, cosa che alimenterebbe ulteriormente i dubbi di analisti e investitori sull’accordo, dato che anche il presidente Donald Trump si è espresso per stracciarlo. Dunque, una presidenza Raisi potenzialmente sarebbe di sostegno alle quotazioni del petrolio, in previsione di un possibile ritiro di Teheran dall’accordo, oltre che per le maggiori tensioni geo-politiche che ne deriverebbero. (Leggi anche: Petrolio, quotazioni crollano su guerra barili tra Arabia Saudita e Iran)

In gioco c’è l’accordo nucleare

Al contrario, un secondo mandato per Rouhani dovrebbe fare rimanere le cose come stanno. Nel prossimo quadriennio, poi, il presidente uscente avrebbe modo di realizzare con più determinazione i suoi propositi, allentando le tensioni con gli USA e gli altri rivali nel Medio Oriente, Arabia Saudita in testa. Proprio a Riad si trova in visita in queste ore Trump, il quale sta firmando, tra l’altro, un mega-accordo per la vendita di armi al regno per centinaia di miliardi di dollari.

La coincidenza tra la prima visita di stato all’estero di Trump e le elezioni in Iran potrebbe non essere casuale. I sauditi puntano a segnalare a Teheran di essere ben sostenuti contro sue eventuali azioni belliche. La temperatura tra i due paesi si è di molto surriscaldata negli ultimi tempi, tra guerre indirette combattute nello Yemen e in Siria, così come attraverso l’uso di un linguaggio aggressivo da entrambe le parti. (Leggi anche: Petrolio, battaglia in Asia tra sauditi e Iran)

 

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Argomenti: economie emergenti, economie emergenti

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