Elezioni in Spagna domani, i sondaggi indicano un dato clamoroso

Elezioni anticipate domani in Spagna, dove si vota per la quarta volta in meno di quattro anni. E per i sondaggi non vincerebbe nessuno nemmeno stavolta, mentre la destra di Vox salirebbe al terzo posto, scombinando gli scenari in Parlamento.

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Elezioni anticipate domani in Spagna, dove si vota per la quarta volta in meno di quattro anni. E per i sondaggi non vincerebbe nessuno nemmeno stavolta, mentre la destra di Vox salirebbe al terzo posto, scombinando gli scenari in Parlamento.

La Spagna domani vota per la quarta volta in meno di quattro anni e i sondaggi della vigilia non prevedono nemmeno per stavolta un vincitore chiaro. Le rilevazioni delle intenzioni di voto non possono essere pubblicate in patria, ma la legge elettorale non vale in Andorra, protettorato britannico.

E qui, El Periodico ha reso note le cifre dell’ultimo sondaggio condotto nei giorni scorsi, che se fossero confermate alle urne provocherebbero un piccolo terremoto nel panorama politico a Madrid. Il Partito Socialista del premier uscente Pedro Sanchez resterebbe primo con il 26,8% dei consensi e viene accreditato di 116-121 seggi alla Camera, molti meno dei 176 richiesti per conquistare la maggioranza assoluta e poco meno dei 123 ottenuti alle elezioni di fine aprile scorso.

A seguirlo ci sarebbe ancora il Partito Popolare con il 19% e 80-85 seggi dai 66 attuali, ma al terzo posto non troveremmo più i centristi di Ciudadanos, bensì la destra di Vox, data al 15,6% e a 53-58 seggi, molti di più dei 24 attuali. Parliamo di un partito, quello di Santiago Abascal, che è entrato per la prima volta in Parlamento da pochi mesi e che viene considerato affine alle posizioni franchiste. Il suo boom avverrebbe proprio a spese del partito di Alberto Rivera, accreditato ormai solo del 7,8% e di 12-16 seggi, una frazione dei 57 di aprile. I centristi forse pagano le dichiarazioni del loro leader a inizio campagna elettorale, disponibile a un governo di larghe intese con i socialisti.

Unidos Podemos di Pablo Igleasias, la formazione di estrema sinistra e da sempre ai ferri corti con i socialisti, otterrebbe il 12,6% e 32-36 seggi, meno dei 42 sin qui posseduti in Parlamento. Nel complesso, un’eventuale alleanza tra socialisti e Podemos potrebbe contare fino a un massimo di 157 seggi (giù da 165), mentre i tre partiti del centro-destra salirebbero nel migliore dei casi a quota 159 (da 147). Dunque, si assisterebbe a un riposizionamento a destra della politica spagnola, per quanto insufficiente a garantire la nascita di un governo di colore diverso da quello uscente.

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Aldilà dei seggi, sempre facendo riferimento al sondaggio, emergerebbe un dato di cui Sanchez non potrebbe non tenere conto: le principali formazioni di opposizione del centro-destra raggranellerebbero assieme fino a più del 42%, quando socialisti e Podemos non arriverebbero al 40%.

Più difficile, poi, dopo essere stato costretto dagli avversari ad alzare i toni contro i secessionisti catalani, che il premier riesca a convincere i suoi rappresentanti in Parlamento a garantirgli la fiducia, specie dopo le condanne per sedizione comminate ai leader della rivolta di due anni fa.

Fino a quando la Spagna potrà permettersi di tirare avanti senza un governo nel pieno dei suoi poteri e una prospettiva di legislatura? L’economia continua ad andare bene, pur rallentando come nel resto dell’Eurozona, così come i mercati finanziari non hanno minimamente segnalato alcun timore sull’instabilità a Madrid, con i rendimenti a 10 anni dei Bonos a sostare mediamente in area 0,20% nelle ultime settimane, circa un quinto dei livelli italiani e a uno spread di circa 60 punti base con i Bund della Germania.

Gli investitori non sono preoccupati dell’inconcludenza di un’elezione dopo l’altra, perché nessuna formazione spagnola si è espressa mai apertamente contro la UE e l’euro, nemmeno Vox. Del resto, la storia di successo dell’economia iberica s’inserisce nel contesto proprio del mercato comunitario e nessuno rimpiange gli anni dell’arretratezza precedenti all’ingresso nella ex CEE. Appurato ciò, davvero si potranno chiudere gli occhi sull’assenza di un governo sorretto da una maggioranza politica e sulla balcanizzazione del Parlamento, che da bipolare è diventato ormai caratterizzato da una pluralità di partiti difficili da combinare insieme per l’attuazione di un programma comune?

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