Il regno di Frau Merkel si sta sfaldando, CDU crollata nei sondaggi e superata dai Verdi

Stando ai sondaggi, il prossimo cancelliere in Germania sarà dei Verdi. E' la fine dello storico bipolarismo tedesco.

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Elezioni in Germania e fattore Verdi

Il lungo regno cristiano-democratico della cancelliera Angela Merkel sta giungendo alla fine. E rovinosamente, stando agli ultimi sondaggi. Quando mancano meno di cinque mesi alle elezioni federali in Germania, i Verdi sarebbero in testa con il 28% per l’istituto Kantar. Guadagnano 6 punti in una sola settimana. Ne perde 2 la CDU-CSU, che scende al 27%. E altrettanti la SPD, al 13%. Per il resto, nessuna novità: euroscettici di AfD al 10%, FDP al 9% e Linke al 7%.

I tedeschi non stanno apprezzando la gestione della pandemia da parte del governo federale. E in vista delle elezioni in Germania, la CDU ha scelto come candidato alla cancelleria Armin Laschet, governatore del NordReno-Vestfalia e centrista pro-merkeliano. Il molto più popolare governatore bavarese Markus Soeder non ce l’ha fatta a ottenere l’investitura dalla coalizione. Da qui, la nuova emorragia di consensi per i conservatori.

I Verdi schierano la quarantenne Annalena Baerbock. Accusata di essere priva di esperienza politica per guidare la prima economia europa e, de facto, l’intera Unione Europea, sta registrando un boom di iscrizioni al partito di settimana in settimana. Se questo fosse l’esito delle prossime elezioni in Germania, dovremmo chiederci quali conseguenze avrebbe sull’Italia. La fine dello storico bipolarismo tra CDU-CSU e SPD pone molte domande circa il volto che assumerebbe Berlino dentro e fuori i confini nazionali.

Impatto sull’Italia delle elezioni in Germania

Di certo, la svolta ambientalista imprimerebbe una forte accelerazione alle politiche a favore della sostenibilità. La UE, che già ha annunciato che emetterà oltre 200 miliardi di green bond per finanziare il Recovery Fund, compirebbe quasi certamente un nuovo salto di qualità. Come? Incoraggiando il taglio delle emissioni inquinanti e il finanziamento delle iniziative volte a perseguirlo.

Ci sarebbero nuove emissioni sovranazionali? Difficile dirlo. L’alternativa sarebbe di scomputare dai calcoli sui deficit nazionali le spese relative alla “green economy”. Insomma, molti investimenti “verdi” sarebbero realizzati dai governi senza impattare sul giudizio della Commissione riguardo al loro outlook fiscale.

Ma esistono diverse variabili da tenere in considerazione. Anzitutto, con chi governerebbero i Verdi? Se con la CDU-CSU, le loro posizioni favorevoli all’unione fiscale e al deficit spending sarebbero ammorbidite dal partner di coalizione. Se con SPD e FDP, il programma del prossimo governo tedesco dopo le elezioni in Germania sarebbe un punto interrogativo. Da un lato, i socialdemocratici sposterebbero ancora più a sinistra l’asse della maggioranza al Bundestag, dall’altro i liberali lo sposterebbero verso destra. Un’incognita colma di incongruenze e possibili esiti inattesi.

Di certo, Mario Draghi avrebbe un’opportunità più unica che rara di rendere l’Italia protagonista nei consessi europei. La stessa Francia entrerà dall’autunno in modalità pre-elettorale. Il presidente Emmanuel Macron dovrà concentrarsi sulle elezioni di maggio 2022 per non rischiare il secondo mandato. Ed è molto probabile che dopo le elezioni in Germania, le trattative tra i partiti si protraggano per mesi e che i primi passi del nuovo-a cancelliere-a saranno compiuti guardando più alle dinamiche interne che non internazionali. Palazzo Chigi avrebbe campo libero per almeno la fase compresa tra settembre e inizio 2022, quando anche l’Italia dovrà scegliere il nuovo presidente della Repubblica e gli scossoni politici potrebbero essere anche pesanti.

La svolta verde a Berlino

In concreto, una cancelliera verde aprirebbe la strada a una diversa politica fiscale europea? In teoria, sì. I Verdi sono favorevoli alle emissioni di debito sovranazionali, così come a rivedere il Patto di stabilità in senso molto più espansivo. Roma tratterebbe con un partner meno dogmatico sui conti pubblici, anche se per ciò stesso non necessariamente lassista. L’attenzione sul nostro debito pubblico non verrebbe significativamente meno, ma certo muterebbe il contesto.

Anche perché a Bruxelles, l’eventuale sconfitta dei conservatori dopo le elezioni in Germania delegittimerebbe Ursula von der Leyen, presidente della Commissione.

La donna fu scelta nell’estate del 2019 da un accordo franco-tedesco e ottenne la fiducia dell’Europarlamento per un soffio, con i voti determinanti del Movimento 5 Stelle. La sua figura non è mai stata digerita del tutto dallo stesso PPE e dai socialisti, tedeschi in testa. E dopo i numerosi errori commessi negli ultimi mesi sulle vaccinazioni, l’ipotesi che non giunga al termine del mandato non appare peregrina, specie se la prima economia europea pretendesse, a quel punto, una rappresentanza propria di spessore a Bruxelles.

In un certo senso, anche su questo piano l’Italia di Draghi si giocherebbe le sue carte. Il premier è visibilmente irritato con von der Leyen per le sue inefficienze. Vorrebbe che alla guida della Commissione vi fosse una figura condivisa dall’Italia, non eletta in virtù di un commissariamento di fatto del nostro governo, come accadde due anni fa ai danni dei “giallo-verdi”. Non che Draghi e i Verdi abbiano granché da spartire, ma sarebbe una svolta che consentirebbe al nostro Paese di rimettersi in gioco dopo un lungo decennio di estromissione dalle stanze dei bottoni. Ad eccezione proprio della BCE, di cui Draghi fu governatore tra il 2011 e il 2019.

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