FRANCIA, CRISI EURO, AUSTERITà FISCALE

Possibile davvero che Le Pen diventi presidente della Francia?

La vittoria di Marine Le Pen alle elezioni presidenziali in Francia non deve essere data per impossibile. Contrariamente a quello che siamo portati a credere, potrebbe arrivare con i voti determinanti degli elettori di sinistra.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La vittoria di Marine Le Pen alle elezioni presidenziali in Francia non deve essere data per impossibile. Contrariamente a quello che siamo portati a credere, potrebbe arrivare con i voti determinanti degli elettori di sinistra.

La Francia si accinge a celebrare le sue più importanti elezioni presidenziali da quanto è sorta la Quinta Repubblica negli anni Cinquanta. In ballo c’è la sua permanenza nell’Eurozona e nella UE, oltre che la sua fisionomia sul piano internazionale. Stando a tutti i sondaggi, i candidati più forti al primo turno sarebbero l’euro-scettica Marine Le Pen (Fronte Nazionale) e l’indipendente Emmanuel Macron (In Movimento). Fuori dai giochi sarebbero al ballottaggio sia il conservatore neogollista François Fillon, colpito da uno scandalo familiare su lavori pubblici fasulli, sia il socialista Benoit Hamon, che paga l’impopolarità dell’uscente François Hollande. Al secondo turno, sempre secondo i sondaggi, Le Pen verrebbe facilmente battuta da Macron, anche se negli ultimi giorni la forbice parrebbe restringersi tra i due candidati e qualche rilevazione inizia a dare la prima sopra il 40%, mentre per i bookmakers non vi sarebbero grosse differenze nelle probabilità di vittoria tra i due.

Manca quasi un mese al primo turno, sei settimane per conoscere il nome del successore di Hollande all’Eliseo. La campagna elettorale ancora è lunga, ma una cosa possiamo anticiparvela già: non date per scontata la sconfitta della Le Pen al ballottaggio. E non stiamo parlando solo di un semplice rigetto elettorale dell’euro e delle istituzioni comunitarie. Il voto per la candidata della destra nazionalista francese potrebbe essere molto più trasversale di quanto si pensi. (Leggi anche: Euro e bond in calo sui sondaggi in Francia, che succede?)

I programmi dei tre principali candidati francesi

Iniziamo dalla disamina dei programmi elettorali dei tre principali candidati in gioco. Il cuore delle proposte riguarda, come ogni campagna elettorale e in ogni paese, l’economia. Se dovessimo riassumere in un solo aggettivo la natura di tali programmi, definiremmo la Le Pen una candidata nazional-socialista (non nel senso di nazista), Fillon un conservatore neo-liberista e Macron un liberal-progressista.

Fillon propone forse il programma economico più rivoluzionario per le caratteristiche della Francia: da ammiratore di Margaret Thatcher, punta a un taglio della spesa pubblica per 100 miliardi di euro (5% del pil) in 5 anni, nonché di 500.000 posti pubblici, il 10% del totale. In cambio, intende tagliare le tasse su famiglie e imprese ed eliminare le 35 ore di lavoro settimanali per il settore privato, introdotte dal governo socialista venti anni fa, seppur applicate all’acqua di rose. Al contempo, leggi più restrittive contro l’immigrazione e minori benefici assistenziali a favore degli immigrati. Fautore del libero commercio, non ha fornito dettagli sulla sua posizione verso la globalizzazione.

Il trasversalismo della Le Pen in economia

Macron è sì un liberale in economia, ma non così spinto come Fillon. Il suo programma parla di tagli alla spesa pubblica per 60 miliardi in 5 anni, ma anche di stimoli fiscali per 50 miliardi nello stesso arco di tempo. Il dimagrimento del settore pubblico sarebbe molto meno pronunciato: -50.000 posti di lavoro. Niente eliminazione delle 35 ore di lavoro a settimana, ma incentivi alla contrattazione per spingere imprese e sindacati a trovare soluzioni più congeniali. Nessuna restrizione all’ingresso di immigrati. Il centrista ha, anzi, lodato la decisione della Germania di aprire le frontiere a tutti i profughi a fine 2015. Unico candidato apertamente favorevole al Ceta – l’accordo di libero scambio tra UE e Canada – propone maggiori poteri per Bruxelles, al fine di proteggere le industrie nazionali da scalate di colossi internazionali non europei.

Infine, Le Pen: minori tasse alle famiglie e maggiore assistenza sociale. Da dove prenderebbe i soldi? Dal taglio dei contributi versati all’Europa (propone l’uscita della Francia dalla UE e Parigi è uno dei principali contribuenti netti di Bruxelles) e dalla riduzione dei benefici assistenziali agli immigrati. Difesa delle 35 ore, ma niente tassazione del lavoro straordinario. Le quote di ingresso di nuovi immigrati sarebbero tagliate dell’80% a soli 10.000 arrivi all’anno. Alle imprese francesi sarebbero applicati anche disincentivi fiscali sulle assunzioni di lavoratori stranieri. Infine, sul commercio mondiale, Le Pen cita il “protezionismo intelligente” di Donald Trump, suggerendo un dazio del 3% su tutte le importazioni e commesse pubbliche accordate alle sole società francesi.

Le Pen è economicamente di sinistra

Se dovessimo giudicare i proclami dei tre candidati sulla base di queste proposte e non della loro fama o dei toni utilizzati, arriveremmo alla conclusione paradossale che la vera candidata “mediana” sul piano elettorale sarebbe la Le Pen, il cui programma risulta essere più di impronta sociale rispetto a quello di Fillon e di Macron, scavando entrambi a sinistra, ma allo stesso tempo offrendo all’elettorato un punto fermo “nazionalista” nella difesa delle frontiere, così come del lavoro e della produzione francesi. Sul commercio mondiale e il lavoro, ad esempio, le posizioni della donna appaiono più vicine a quelle dei socialisti che non agli altri candidati papabili per la presidenza.

Ora, immaginiamo che al ballottaggio arrivino Le Pen e Macron. Va da sé che i due dovrebbero andare a caccia di consensi tra gli elettori degli altri schieramenti? Siamo così sicuri, che per un elettore della gauche sarebbe così scandaloso votare la prima piuttosto che il centrista? Magari non lo ammetterebbe in pubblico, ma se ci pensiamo bene, su lavoro e welfare verrebbe rassicurato più dalla frontista che non dall’ex ministro dell’Economia. Non solo sarebbero salve le 35 ore, ma i lavoratori non qualificati si sentirebbero quasi protetti dal programma lepenista di lotta alle assunzioni di stranieri. Mettiamoci nei panni di un disoccupato francese e scopriamo che forse una X sulla Le Pen verrebbe percepita meno drammatica di quanto immaginiamo. (Leggi anche: Euro-scettici vincono sui partiti tradizionali anche quando perdono)

Come si comporterebbero destra e sinistra al ballottaggio?

E gli elettori della destra neo-gollista? Beh, per loro non sarebbe affatto un dramma se alla presidenza arrivasse la frontista, perché sulla sicurezza questa avrebbe posizioni simili alle loro, per quanto diversi siano i toni utilizzati. Sull’economia, il vero liberista è il loro candidato Fillon, ma storicamente nemmeno la destra conservatrice ha mai avuto un reale programma pro-mercato, per cui il programma della Le Pen potrebbe loro apparire come la salvaguardia di uno status quo acquisto da decenni di immobili politiche di entrambi gli schieramenti. Certo, se al ballottaggio arrivassero Le Pen e Fillon, a sinistra si aprirebbe un dramma sul meno peggio da votare dal loro punto di vista, essendo la partita tra una nazionalista e un liberista. Agli occhi della gauche, due mali assoluti da combattere.

La vera differenza, a questo punto, potrebbe farla l’agenda europea. La maggioranza assoluta dei francesi sarebbe ancora oggi favorevole alla moneta unica e pur non simpatizzando per la UE, in pochi di loro vorrebbero davvero uscirne. Le posizioni della candidata nazionalista appaiono, pertanto, abbastanza estreme per ambire a rappresentare le richieste del 50% + 1 degli elettori, ma tra un candidato apparentemente appiattito sull’establishment e uno marcatamente contrario alla Bruxelles dei commissari, chi può dire chi voteranno a maggioranza? (Leggi anche: Elezioni Francia decisive per l’euro, mercati appesi a ogni novità)

Decisiva sarà l’affluenza

Fillon potrebbe mobilitare poco il suo elettorato in favore di Macron al ballottaggio, sentendosi “tradito” dai media mainstream, che lo hanno fatto fuori con lo scandalo Penelopegate. Hamon e il filo-comunista Jean-Luc Mélénchon potrebbero anche trovare una prospettiva terrificante quella di una presidenza Le Pen, ma per ciò stesso non è detto che scenderebbero in campo per sostenere direttamente Macron, il quale oltre ad avere diviso il campo socialista, dimettendosi da ministro di Hollande e candidandosi da indipendente, propone un’agenda tipicamente liberale, loro invisa.

Puntando su temi sociali in economia e nazionalismo in politica estera e sulla sicurezza, Le Pen potrebbe toccare al ballottaggio le corde sia degli elettori di sinistra, quanto meno spingendoli a non mobilitarsi in massa in favore di Macron, e di quelli di destra, che nutrirebbero verso quest’ultimo un sentimento di aperta ostilità. L’ago della bilancia potrebbe diventare l’affluenza: se bassa, segnalerebbe una ridotta mobilitazione dell’arco repubblicano contro la candidata della destra radicale, a differenza del 2002. Se i rendimenti sovrani transalpini sono saliti ai massimi da oltre un anno e mezzo, è perché i mercati hanno compreso il ragionamento di cui sopra. Dare per scontato che la Le Pen perda significa applicare alla corsa per l’Eliseo schematismi poco concreti, che rischiano di essere smentiti alle urne. (Leggi anche: Dove investire in Francia se vince la Le Pen?)

 

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Argomenti: Francia, Crisi Euro, austerità fiscale

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