Elezioni europee, i 3 numeri magici da guardare in Italia con lo scrutinio delle schede

Alle elezioni europee di domenica saranno tre i dati a cui guardare per valutare le ripercussioni sulla politica italiana. Ecco quali e come potrebbe agire l'affluenza ai seggi.

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Alle elezioni europee di domenica saranno tre i dati a cui guardare per valutare le ripercussioni sulla politica italiana. Ecco quali e come potrebbe agire l'affluenza ai seggi.

Le elezioni europee non sono quell’appuntamento imperdibile che terremota i destini di un continente come si vuole far credere. L’Europarlamento ha ancora poteri limitati nell’ambito legislativo, mentre le leve del potere restano nelle mani della Commissione UE, a sua volta oggetto di nomine governative. Vero è, però, che la sua presidenza dipende in buona parte proprio dagli equilibri parlamentari a Strasburgo e, a cascata, con riflessi anche per la BCE.

Ma così come la larga vittoria del PD nel 2014 diede vita a un biennio renziano apparentemente inarrestabile, anche stavolta le implicazioni per la politica italiana vi sarebbero tutte.

La convivenza impossibile tra Salvini e Di Maio dopo le elezioni e i rischi sul deficit

In gioco c’è la sopravvivenza del governo Conte. Premessa: le diatribe quotidiane tra Movimento 5 Stelle e Lega sono perlopiù sceneggiate elettorali, una recita a soggetto tra i due principali partiti italiani, intenzionati a catalizzare la gran parte dei consensi alle urne, evitando che terze formazioni come il PD s’inseriscano nel dibattito. Ma la vita del governo giallo-verde effettivamente è a rischio, specie se Matteo Salvini dovesse riscuotere il successo sperato, surclassando i grillini. A quel punto, avrebbe politicamente senso per lui staccare la spina a questa maggioranza per trasformare gli alti consensi in seggi a Roma, dove gli servirebbero per entrare a Palazzo Chigi da premier e non più da numero due.

Tuttavia, il solo successo della Lega non basterebbe. Il dato a cui guardare sarebbe più che altro la somma con i voti di Fratelli d’Italia, l’altro partito che a destra scalpita per formare un esecutivo con Salvini e senza i grillini. Se insieme ottenessero una percentuale vicina al 40%, la caduta di Giuseppe Conte sarebbe molto probabile. In quel caso, infatti, più facile per il ministro dell’Interno ipotizzare una vittoria alle politiche anticipate, anche facendo a meno di Forza Italia.

E l’affluenza?

E proprio i consensi di Silvio Berlusconi sono l’altro numero a cui guardare. Sotto il 10%, gli azzurri capitanati da Antonio Tajani imploderebbero.

Molti deputati e senatori finirebbero per entrare in Fratelli d’Italia o nella Lega. Il piano Salvini diverrebbe ancora più facile da implementare, perché con una Forza Italia collassata, o il duo Lega-FdI riuscirebbe a fare accordi elettorali da una posizione negoziale forte o arriverebbe a privarsene, confidando magari nella fuga di potentati locali azzurri, con annessi consensi. C’è chi immagina un clamoroso sorpasso di Giorgia Meloni sul partito del Cavaliere. Non sarebbe impossibile e se accadesse sarebbe la fine conclamata immediata di Forza Italia.

Flat tax con salario minimo? La proposta indecente di Di Maio a Salvini

Terzo e ultimo dato da attenzionare: il consenso del Movimento 5 Stelle rispetto a quello del PD. I toni alti di Luigi Di Maio contro l’alleato leghista si devono nelle ultime settimane alla necessità di recuperare consensi a sinistra, evitando che quel pericoloso azzeramento (o quasi) delle distanze con i democratici di Nicola Zingaretti, segnalato dai sondaggi di qualche mese fa, prosegua. Le ultime rilevazioni disponibili prima del “black-out” pre-elettorale confermerebbero la bontà di tale strategia mediatica. L’obiettivo minimo dei grillini sarebbe il superamento del 25%, meglio ancora se il PD restasse confinato sotto il 20%. L’entrata in vigore del reddito di cittadinanza dalla fine di aprile indurrebbe a pensare che l’operazione in sé non sia improbabile.

L’altro obiettivo di Di Maio sarebbe di tenere nelle vicinanze Salvini, magari sotto il 30%. Le voci di palazzo sostengono da settimane che il campano intenda ridurre il gap con la Lega sotto il 10%, così da evitare una crisi di governo. Tutte queste aspettative dovranno fare i conti con l’affluenza. Cinque anni fa, quel 57% che si recò ai seggi consegnò una vittoria di proporzioni inimmaginabili a Matteo Renzi, neo-premier degli 80 euro. In sostanza, la bassa affluenza penalizzò le opposizioni, divise e senza leadership riconoscibili. Anche domenica funzionerà così? Se si recheranno al voto poche persone, risulteranno premiati Salvini e Di Maio? O forse il ragionamento vale più a favore del centro-sinistra, essendo le elezioni europee un appuntamento che tipicamente scalda poco i cuori a destra? E se il voto venisse percepito più come un referendum su Salvini, polarizzando gli elettori?

giuseppe.

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