Elezioni europee, governo UK nel panico: Farage esplode nei sondaggi e la Brexit si fa “dura”

Il Brexit Party di Nigel Farage galoppa nei sondaggi, in vista delle elezioni europee. E per la prima volta, scavalca i Tories pure nelle rilevazioni per le elezioni generali, scatenando il panico nella maggioranza conservatrice.

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Il Brexit Party di Nigel Farage galoppa nei sondaggi, in vista delle elezioni europee. E per la prima volta, scavalca i Tories pure nelle rilevazioni per le elezioni generali, scatenando il panico nella maggioranza conservatrice.

Se persino Philip Hammond, il moderato Cancelliere dello Scacchiere al governo di Londra, noto per le sue posizioni morbide sulla Brexit, ha sentito ieri la necessità di richiamare la premier Theresa May sull’accordo con i laburisti, sostenendo che sarebbe basato su “premesse sbagliate”, invitandola ad abbandonare il tavolo delle trattative, significa che davvero tra i conservatori abbiano preso tutti atto che di questo passo non ci sarà un dopo-May per il loro partito.

Nei sondaggi, scivola di giorno in giorno e, addirittura, alle elezioni europee arriverebbe quarti secondo la rilevazione effettuata da Opium, alle spalle del Brexit Party di Nigel Farage con il 34%, del Labour con il 21% e, persino dei Liberaldemocratici con il 12%, dovendosi accontentare di un miserrimo 11%.

Brexit senza accordo più vicina, dopo le elezioni europee giorni contati per Theresa May

C’è di peggio per i Tories: per la prima volta, un sondaggio assegna al Brexit Party più consensi di loro anche alle elezioni generali, mentre sempre Opium lo darebbe ad appena un punto dietro. L’unica certezza sarebbe che perderebbero decine e decine di seggi in favore di Farage (46 per ComRes) e gli stessi laburisti si fermerebbero a 137 seggi su 650. Si è arrivati all’assurdo, che al momento il Partito Conservatore risulta abbandonato dai “Leave” in misura così massiccia, che i pochi elettori rimastigli risulterebbero in maggioranza contrari alla “Brexit”. In effetti, il 63% di chi vuole l’uscita del Regno Unito dalla UE voterebbe per Farage, mentre solo il 31% di chi vuole rimanere voterà il Labour e il 22% i LibDem. In buona sostanza, i “Leave” stanno puntando sul Brexit Party, delusi e frustrati da quasi tre anni di chiacchiere inconcludenti della May, mentre i “Remain” continuano a dividersi, segnalando un certo scetticismo verso i laburisti, le cui posizioni in materia sono state e restano ambigue.

Incubo per i conservatori

Il Comitato Tory 1922 ha lanciato un ultimatum (l’ultimo?) alla premier: o trova un accordo con i laburisti entro una settimana o deve dimettersi. Da Downing Street, però, si fa sapere che la May non avrebbe intenzione di andare oltre la promessa resa già di lasciare la leadership, una volta incassata l’intesa.

I Tories vorrebbero andare alle elezioni del 23 maggio – nel Regno Unito si vota di giovedì – con un accordo in tasca, così da ringalluzzire la propria base e attirare i delusi in fuga verso Farage. Difficile che ci riescano, anche perché i laburisti stessi sono dilaniati tra calcolo e cuore, non sapendo se per loro si riveli più conveniente strappare un buon accordo per una “soft” Brexit o impedirlo del tutto, magari puntando a un secondo referendum.

Se dopo le elezioni europee, i giorni al governo per la May sembrano contati, non sarà facile per i suoi numerosissimi oppositori interni decidere il da farsi. A partire dall’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, “Brexiteer” duro della prima ora, che da un lato avrebbe tutta la convenienza a provocare la caduta dell’esecutivo per entrare al numero 10 di Downing Street, dall’altro rischia di trovarsi paralizzato in Parlamento come, se non peggio, della May e di bruciarsi la carriera. D’altro canto, attendere che la premier se ne vada per consunzione appare ormai un rischio troppo elevato per poter essere corso, perché da qui a pochi mesi, i conservatori rischiano di finire come i socialisti in Francia o il Pasok in Grecia, ossia di essere travolti dalla rabbia popolare.

Per questo, l’ultima speranza per la destra UK consiste nel portare a casa un accordo quanto più vendibile possibile prima delle elezioni, nella speranza che le acque si calmino e che a gestire la Brexit sia una figura più autorevole e con maggiori capacità di leadership, capace nei mesi di riportare all’ovile le numerose pecorelle smarrite tra la base. E possono confidare in un’opposizione divisa, con il principale schieramento avversario incapace di prevalere nel dibattito nemmeno dinnanzi a una premier inconsistente come la May.

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