Elezioni: centro-destra cerca la vittoria al sud, ecco i nomi dei premier possibili

Centro-destra non lontano dalla vittoria piena, ma gli serve un premier. Ecco i possibili nomi che Silvio Berlusconi uscirà dal suo cilindro.

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Centro-destra non lontano dalla vittoria piena, ma gli serve un premier. Ecco i possibili nomi che Silvio Berlusconi uscirà dal suo cilindro.

Sono passati 17 anni da quando Silvio Berlusconi firmava il suo storico contratto con gli italiani nello studio di Porta a Porta di Bruno Vespa su Rai Uno, seduto su una scrivania di legno bianco di ciliegio. Non sarà stato decisivo per la vittoria alle elezioni politiche del 2001, ma certamente quella scena rimase scolpita nella mente di 60 milioni di italiani, compresi quelli che mai votarono e mai voterebbero oggi per l’ex premier e il suo centro-destra, nemmeno sotto tortura. Tanta di quella magia è sparita, non fosse altro perché dopo così tanto tempo, delle chiacchiere gli elettori sono stanchi. La “rivoluzione liberale” promessa non c’è stata, per colpa di chi lo dirà forse la storia, ma di sicuro la riedizione del contratto con gli italiani risulta meno carica di pathos, seppure non per questo meno geniale, specie se contro di sé Silvio ha due interlocutori come Luigi Di Maio e Matteo Renzi, il primo alle prese con lo scandalo “rimborsopoli”, il secondo in caduta libera, detestato persino dai suoi stessi uomini e che cerca nelle elezioni solo un modo per non uscire mestamente di scena.

Detto, ciò e facendo la tara alle promesse elettorali, il centro-destra ha obiettivamente un vulnus rispetto agli avversari: non si sa chi andrebbe a fare il premier, nel caso in cui vincesse le elezioni. Certo, non che sia chiaro per il PD tra un Renzi che farebbe carte false per tornare a Palazzo Chigi e un Paolo Gentiloni che sembra essersi affezionato al ruolo di capo di governo. Restano solo le certezze di un Movimento 5 Stelle apparentemente unito su Di Maio. In teoria, esprimerà il premier chi otterrà più voti nella coalizione di centro-destra, stando agli accordi tra i leaders.

Tutti sanno, però, che alla fine si dovrà pervenire a un nome concordato. Ed escluso che possa essere quello di Berlusconi, interdetto per la condanna riportata nel 2013, resta un papabile Matteo Salvini, le cui probabilità di diventare premier, tuttavia, appaiono oggettivamente basse, aldilà delle percentuali riscosse dalla Lega.

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I “big” europei papabili

Problema non secondario, visto che per ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento, il centro-destra dovrà strappare al Movimento 5 Stelle più di una trentina di collegi uninominali al sud, operazione complicata, ma non impossibile, anche perché la stessa tecnica della legge elettorale, in teoria, lo favorirebbe. E i grillini potrebbero subire qualche contraccolpo dallo scandalo sui rimborsi, con qualche loro elettore a restarsene a casa, aumentando le probabilità di vittoria del centro-destra.

Ma chi sarebbe davvero in corsa per fare il premier, nel caso in cui tutto andasse per il meglio per la coalizione? Il primo nome possibile sarebbe di Antonio Tajani, attuale presidente dell’Europarlamento, uomo vicinissimo a Berlusconi e pontiere tra lui e la cancelliera Angela Merkel. Salvini non lo votò all’inizio dello scorso anno alla carica attualmente ricoperta e lo detesta in cuor suo per essere un esponente di quella Bruxelles contro cui ha fatto sinora fortuna elettorale. Tajani sostiene di essere impegnato a fare il presidente dei deputati europei, ma difficilmente rinuncerebbe a una chiamata da Roma, se arrivasse la mattina del 5 marzo.

C’è un altro nome potente e affascinante allo stesso tempo per gli scenari che aprirebbe: Mario Draghi. Berlusconi ha ribadito anche ieri da Vespa che farà il nome del candidato premier solo a ridosso del voto, perché questi ricopre attualmente un ruolo importante. Aldilà dello stesso Tajani, alla mente viene proprio Draghi, citato già nei mesi scorsi da Berlusconi quale ottimo possibile premier per l’Italia. Dalla sua, Draghi avrebbe un consenso certamente più ampio di quello strettamente confinato al centro-destra.

I renziani troverebbero difficile, ad esempio, negargli la fiducia. Per contro, Salvini si straccerebbe le vesti, vedendo in lui la personificazione della UE e bisogna ammettere che annunciare il nome di Draghi, mentre egli è ancora governatore della BCE, sarebbe un’operazione politicamente “scorretta”, trattandosi di una carica indipendente dai governi e dalla sfera politica. I tedeschi, tuttavia, non si lamenterebbero, dato che con un anno e mezzo di anticipo metterebbero le mani su Francoforte.

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I nomi del possibile accordo

Esiste un altro nome papabile: Paolo Del Debbio. Il giornalista di Rete 4 è stato già oggetto di richieste di scendere in campo da parte dello stesso Berlusconi, ma ha sinora sempre risposto “no, grazie”. Non ha esperienze istituzionali, ma su di lui convergerebbero tutti i leaders della coalizione. Amato sia da Forza Italia, sia dalla Lega che da Fratelli d’Italia, possiede un ottimo rapporto con Giorgia Meloni e Salvini, per cui incontrerebbe poche resistenze per entrare a Palazzo Chigi.

C’è anche Giovanni Toti. L’attuale governatore ligure è uomo di mediazione tra l’ala centrista e quella “sovranista” della coalizione. Contro di lui non vi sarebbe alcuna opposizione di Salvini. Certo, abbandonare la carica dopo nemmeno tre anni dalla sua elezione sarebbe uno sgarbo agli elettori della regione, ma chi sputerebbe sopra a un’offerta così allettante?

Infine, Roberto Maroni. Ci siamo scordati che non si è ricandidato a una carica, quella di governatore della Lombardia, che avrebbe quasi certamente conquistato per altri 5 anni? Uomo di raccordo tra la lega “bossiana” e Forza Italia, su di lui peserebbe il macigno dell’opposizione di Salvini, che non lo ama. Tuttavia, una volta che il leader del Carroccio realizzasse di non potere andare a Palazzo Chigi e dovendo gestire la vittoria della coalizione, siamo sicuri che dirà di no a un “suo” uomo? Sarebbe insensato per la sua base se rendesse impossibile l’elezione a premier del primo leghista a potere ambire alla carica, specie se le alternative fossero tutti uomini estranei alla Lega.

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