Elezioni Argentina, il ‘peronista’ Fernandez verso una larga vittoria al primo turno

Elezioni presidenziali oggi in Argentina, dove il candidato "peronista" Alberto Fernandez dovrebbe vincere con un vantaggio netto sul liberale e presidente uscente Mauricio Macri. Ad affossare quest'ultimo è la grave crisi dell'economia.

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Elezioni presidenziali oggi in Argentina, dove il candidato

Si tiene oggi il primo turno delle elezioni in Argentina per eleggere il nuovo presidente, ma anche un terzo dei senatori e la metà dei deputati. A contendersi la presidenza sono sostanzialmente due candidati: il capo dello stato uscente Mauricio Macri, a capo della coalizione di centro-destra “Cambiemos”, e il “peronista” Alberto Fernandez, che corre in tandem con un’altra Fernandez, l’ex “presidenta” Cristina de Kirchner (2007-2015).

Stando ai sondaggi, proprio il secondo stravincerebbe stasera e con un vantaggio così ampio (nell’ordine dei 20 punti percentuali) sul primo, che non si avrebbe bisogno del ballottaggio fissato eventualmente per il 24 novembre.

I mercati finanziari sono tornati in tensione ad agosto, quando le primarie hanno esitato proprio la netta vittoria di Fernandez su Macri. Alla fine di quel mese, Buenos Aires ha reimposto i controlli sui capitali per stabilizzare il tasso di cambio, ma l’economia non ha fatto che arretrare. E questo è il terzo anno di recessione (su quattro) sotto Macri dal suo insediamento, mentre l’inflazione galoppa a oltre 50%, peggio che nell’era Fernandez e il peso è crollato ai minimi storici contro il dollaro, perdendo l’85% da dicembre 2015, ben oltre il 68% solamente da inizio 2018, a causa in questo secondo caso della tempesta valutaria che ha travolto lo scorso anno sia l’Argentina che la Turchia.

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Verso ristrutturazione del debito argentino

Il tasso di povertà è salito al 35% e risulta forse determinante nello spegnere le speranze di un secondo mandato per Macri. Il governo era riuscito a galvanizzare i mercati sin dai suoi primissimi passi di quasi 4 anni fa, tanto da avere posto finalmente fine al default “tecnico” del 2014, raggiungendo un accordo con i fondi “avvoltoi” americani e riuscendo ad emettere un bond in dollari a 100 anni a tassi, tutto sommati, contenuti. Ma con il trascorrere dei mesi, le incertezze sul fronte delle riforme hanno dissuaso gli investitori a voltargli le spalle. Di lì in poi, il buio. La crisi finanziaria è divenuta così severa, che nel maggio del 2018 Buenos Aires ha dovuto richiedere un ennesimo prestito al Fondo Monetario Internazionale, il più grande mai sborsato da questi nella sua storia, ossia di 57 miliardi di dollari.

Ad agosto, sempre il governo ha comunicato all’FMI che non potrà provvedere al rimborso di parte dei 44 miliardi già ottenuti, di fatto segnalando una ristrutturazione imminente anche per le obbligazioni in mano ai creditori privati. Questa vi sarà quale che sia il vincitore stasera o tra meno di un mese, ma il mercato sconta un intervento più duro con l’eventuale presidenza Fernandez, sebbene questi abbia smentito l’ipotesi di un “haircut”, segnalando perlopiù di essere propenso a un “roll over”, cioè a un allungamento delle scadenze. Comunque sia, di questo si tratta, di ristrutturare il debito sovrano argentino. Nuove perdite saranno accusate sui “Tango bond”, quando non sono passati nemmeno 10 anni dall’ultima ristrutturazione.

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