Egitto, Al Sisi ottiene il secondo plebiscito e le riforme economiche iniziano a dare frutti

Il presidente egiziano al-Sisi ha ottenuto un plebiscito alle elezioni, forse anche grazie al timido miglioramento dell'economia dopo le riforme impopolari degli ultimi anni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il presidente egiziano al-Sisi ha ottenuto un plebiscito alle elezioni, forse anche grazie al timido miglioramento dell'economia dopo le riforme impopolari degli ultimi anni.

Il presidente Abdel-Fattah al-Sisi ha stravinto le elezioni tenutesi nei tre giorni passati. Quando è ancora in corso lo spoglio, il capo dello stato uscente senza dubbio ha ottenuto il secondo mandato con il 92% dei voti, anche se a fronte di un’affluenza inferiore al 40%. Nel 2013, aveva preso il 97% e con un’affluenza superiore al 50%. L’unico sfidante, Moussa Mustafa Moussa, è stato un suo ferreo sostenitore fino a poche settimane fa, avendone persino organizzato i preparativi per la campagna presidenziale, salvo schierarsi contro improvvisamente in quelle che molti osservatori stranieri hanno definito elezioni dall’esito scontato.

Si tratta formalmente delle seconde libere elezioni e che si sono tenute in un clima di apparente ripresa dell’economia egiziana negli anni difficili del dopo-Mubarak. Proprio ieri, la banca centrale di Il Cairo ha tagliato i tassi overnight di 100 punti base al 16,75% e quelli sui prestiti della stessa entità al 17,75%, grazie al rallentamento dell’inflazione al 14,4% annuo a febbraio, quando all’estate scorsa la corsa dei prezzi era arrivata al 30%. Nell’autunno del 2016, la banca centrale ha dovuto far fluttuare liberamente la lira egiziana, che fino ad allora era agganciata al dollaro, anche se già vi era stata una svalutazione nella primavera precedente. Il cambio si è praticamente dimezzato e ciò ha fatto esplodere i prezzi dei beni importati, traducendosi in un’accelerazione dell’inflazione.

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Tuttavia, la mossa è stata decisiva per ottenere i 12 miliardi di dollari di aiuti del Fondo Monetario Internazionale e per evitare che l’economia egiziana facesse la fine del Venezuela. Già due anni fa s’intravedeva un simile rischio con la carenza di svariati prodotti, tra cui lo zucchero, segno che il cambio fisso fosse ormai diventato troppo forte e insostenibile, non consentendo alle imprese di importare tutti i beni di cui avevano bisogno a tali tassi per le basse riserve valutarie disponibili. In due anni, invece, queste sono lievitate da 1,7 a 4,7 miliardi di dollari, a riprova che i capitali stranieri siano tornati ad affluire e che lo stesso turismo stia iniziando a riprendere vita dopo un 2016 buio, per via dell’attentato all’aereo russo e agli attacchi islamisti nel paese, nonché per le tensioni politiche interne. Il settore ha generato entrate per 5 miliardi nel 2017, più di 3 volte tanto i livelli dell’anno prima. E il saldo corrente, indicatore del grado di competitività e attrazione finanziaria di un’economia, è risultato negativo per 3,8 miliardi nella seconda metà dello scorso anno, un dato contrattosi tendenzialmente del 64%.

Riforme economiche impopolari, ma efficaci

Le riforme economiche avviate da al-Sisi hanno avuto effetti collaterali molto profondi sulla popolazione. Il presidente ha dovuto, ad esempio, tagliare i sussidi energetici ed alimentari, che se da un lato aiutavano e, in parte, aiutano tutt’oggi milioni di egiziani a vivere meglio, dall’altro pesavano sul deficit fiscale. Ma la riduzione di tali sostegni in piena corsa dei prezzi ha abbattuto il tenore di vita della stessa classe media. Si consideri che a fronte di un salario minimo fissato a 1.200 lire al mese, il suo valore fosse di 174 dollari nel 2013 e oggi sia crollato del 60% a 68 dollari.

Per fortuna, i 10 milioni di egiziani che vivono all’estero sostengono le famiglie rimaste in patria con rimesse che lo scorso anno sono schizzate a 29 miliardi di dollari dai 17 del 2016. Il tasso di disoccupazione si è ridotto costantemente sotto il primo mandato di al-Sisi, pur di poco, passando dal 13,6% del 2013 all’attuale 11,6%. Se da un lato di creano posti di lavoro, infatti, dall’altro la popolazione giovanile tende ad aumentare, con ciò spingendo altri milioni di persone a cercare occupazione.

Non c’è dubbio che resti molto da fare per rendere efficiente l’economia egiziana. La mancanza di lavoro tra i giovani e il basso tenore di vita della popolazione sono state le cause principali della rivolta contro il rais Hosni Mubarak tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, culminata con la deposizione dell’anziano dittatore. Se c’è un merito, però, che va riconosciuto ad al-Sisi è di avere impedito al suo paese una deriva venezuelana, affrontando di petto la situazione e varando riforme certamente impopolari nel breve termine, ma che consentono già all’economia di avviarsi verso un cammino di ripresa. Forse, il secondo mandato gli consentirà di godersi i frutti delle azioni messe in atto negli ultimi anni.

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti