Effetto Brexit sull’Italia: senza crescita, la nostra permanenza in UE ed euro non è più scontata

La Brexit sta avendo effetti sull'opinione pubblica italiana, tra cui avanza l'euroscetticismo. E con la terza crisi in appena 10 anni, i rischi di "Italexit" aumentano.

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La Brexit sta avendo effetti sull'opinione pubblica italiana, tra cui avanza l'euroscetticismo. E con la terza crisi in appena 10 anni, i rischi di

Sono mesi molto delicati questi in corso, perché ci forniranno la dimensione della crisi economica in cui l’Italia è piombata per la terza volta dal 2008 e ci diranno se esistono margini per una ripresa a breve o se, al contrario, dovremmo attenderci qualcosa di simile a quanto accade nel 2011, quando l’ingresso nella recessione fu accompagnato da previsioni positive per i trimestri successivi, mentre per uscirne ci abbiamo impiegato tre anni abbondanti. Rispetto ad allora, qualche aggiustamento macroeconomico è avvenuto: la domanda interna è diminuita in favore di quella estera, per cui risulta difficile immaginare una compressione ulteriore dei consumi oggi, anche se l’economia risulta più esposta alla congiuntura internazionale, di per sé non controllabile da Roma. Per capirci, dovremmo sperare che USA e Cina trovino un accordo sui dazi, che si realizzi una Brexit più “soft” che “hard” e che gli stimoli monetari annunciati dalla BCE risollevino a sufficienza il morale a imprese e famiglie nell’Eurozona, allontanando il rischio di una recessione generalizzata.

Gli effetti di una ennesima crisi non solo “tecnica” in Italia andrebbero probabilmente ben oltre quelli sin qui sperimentati. Un sondaggio pubblicato su La Stampa in questi giorni ci fornisce diversi spunti per capire come l’opinione pubblica si stia evolvendo nei riguardi di temi come Europa ed euro. Del resto, se la netta maggioranza assoluta dei consensi (circa il 60%) va ormai alle tre formazioni “sovraniste” ed euro-scettiche (Lega, Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia), qualche motivo ci sarà. Alla domanda se anche l’Italia, così come il Regno Unito nel 2016, dovrebbe celebrare un referendum per decidere se restare nella UE o meno, il 49,5% degli italiani ha risposto positivamente, una percentuale che si confronta con il 28,1% di tre anni fa.

Viceversa, la quota dei contrari crolla dal 56,3% al 35,3%. In pratica, la maggioranza degli italiani sarebbe ormai favorevole a prendere in considerazione una consultazione popolare sul tema caldissimo delle relazioni con Bruxelles. Come se la Brexit avesse fatto scuola.

La seconda domanda appare ancora più interessante e riguarda l’euro. Se nel 2014, oltre il 70% degli intervistati esitava risposte positive sui benefici della moneta unica, adesso la loro quota risulta scesa sotto il 60%, pur restando netta maggioranza. Coloro che ritengono, invece, di avere subito danni personali dalla sua introduzione sono aumentati dal 22,4% al 40,9% in 5 anni.

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Cresce l’euroscetticismo in Italia

Infine, è stato chiesto se l’Italia starebbe meglio o peggio nel caso in cui non facesse parte della UE. Coloro che ritengono che staremmo peggio sono scesi in 3 anni dal 64,4% al 47,3%; quanti pensano che saremmo rimasti allo stesso modo risultano stabili all’11,7% (11,4% nel 2016) e salgono dal 18,9% al 34,1% coloro che ritengono che fuori dalla UE staremmo meglio. Stesso quesito, ma sull’euro: staremmo peggio senza per il 54,2% (71,7% nel 2016), uguale per il 7,5% (6,9%) e meglio per il 30,2% (16,7%). Infine, alla domanda se staremmo meglio o peggio ottenendo maggiore flessibilità finanziaria, coloro che pensano che staremmo meglio sono aumentati dal 55,4% al 61,4%, così come quanti pensano che staremmo peggio sono passati dal 9,5% al 12%; che staremmo allo stesso modo lo crede ormai solo il 19,7% contro il 27,5% di tre anni fa.

Tirando le somme, otteniamo che l’opinione pubblica sostanzialmente favorevole al ritorno alla lira godrebbe di un buon 45% dei consensi, che si confronta con un 55% di contrari. Numeri alla mano, nemmeno tutto il fronte sovranista punterebbe all’uscita dall’euro. Tuttavia, nel 2016 i rapporti di forza tra le due categorie erano molto più sbilanciati in favore dei secondi, i quali potevano contare su quasi i due terzi. Quello che stiamo affermando è che l’euroscetticismo in Italia starebbe montando sotto i nostri occhi e non solamente sul piano delle disquisizioni teoriche.

Gli italiani stanno voltando le spalle con una velocità piuttosto impressionante all’euro, per quanto ancora siano a maggioranza contrari al ritorno alla lira. Ma si consideri questo dato: il crollo dei consensi per l’euro e la UE è avvenuto nell’ultimo quinquennio, che pure è stato di ripresa per l’Italia, per quanto a basso ritmo. Cosa accadrebbe, se tornassimo a camminare all’indietro?

Le crisi sono momenti di trasformazione del modo di pensare. Nessuno avrebbe anche solo immaginato di trovarsi dinnanzi alla domanda se preferire l’euro o la lira nel 2008. Anzi, l’Italia figurava per gli stessi sondaggi realizzati dalla UE tra gli stati più europeisti, mentre oggi sarebbe il paese più euroscettico. Contrariamente a quanto si è soliti scrivere sui giornali sconnessi dalla realtà, non sono i partiti “populisti” ad alimentare l’euroscetticismo tra gli italiani, ma è proprio l’euroscetticismo diffuso a generare consensi per queste formazioni.

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Una terza crisi in 10 anni aggraverebbe la situazione

Stiamo cadendo in una sorta di “loop” politico-istituzionale, per il quale a Bruxelles si tende a tifare per il “tanto peggio, tanto meglio”, nella convinzione che se l’economia italiana andasse sempre più in crisi, il consenso per i due partiti euroscettici al governo si ridurrebbe e “quelli di prima” tornerebbero a comandare a Roma. Nulla di più tragicamente sbagliato. Semmai, se l’economia segnalasse una ripresa più convincente, quand’anche gli schieramenti tradizionali più rassicuranti agli occhi dei commissari non dovessero tornare al potere (perlomeno, così come li abbiamo conosciuti), i populisti non avrebbero motivo di acuire i toni contro la UE e il loro eventuale ulteriore rafforzamento non porterebbe alcuna conseguenza drammatica per le istituzioni comunitarie, anzi gradualmente essi si “auto-normalizzerebbero” nell’ambito di una dialettica politica più ordinaria e controllabile, un po’ come avvenne ai tempi dei governi Berlusconi, non certo amati dai commissari.

Se la UE fiutasse il rischio reale di una “Italexit”, dovrebbe fare di tutto per sostenere la ripresa della nostra economia, unica tra le grandi al mondo a non essere tornata ancora ai livelli di ricchezza del 2007, ultimo anno prima della crisi. E’ vero che l’Italia necessiterebbe di riforme, il cui varo è sollecitato da anni dai commissari e che spetta al governo di Roma, ma dovrebbero fare la loro parte quelle condizioni esterne di sistema che ci mancano, ossia uno spread su livelli sostenibili, una politica fiscale che assegni maggiore spazio agli investimenti pubblici e una regolamentazione meno oppressiva del credito al settore privato. Si tratta di miglioramenti ottenibili solo con la collaborazione di Bruxelles, le cui istituzioni, anziché alimentare caos e attacchi a ripetizione contro gli stati membri meno “disciplinati”, dovrebbero inviare segnali rassicuranti ai mercati sulla robustezza delle fondamenta dell’euro, tramite un approccio più politico e meno politicizzato ai problemi fiscali e bancari nell’area.

Che l’Italia non sarebbe in grado di lasciare la UE e l’euro, nel caso in cui se ne presentasse l’occasione, è un altro paio di maniche. A differenza dei britannici, la cui telenovela sulla Brexit tiene mercati e cittadini con il fiato sospeso da quasi tre anni e senza che si sappia ancora come andrà a finire, noi siamo legati alle istituzioni comunitarie anche da una moneta in comune con altri 18 stati e diverrebbe ancora più problematico immaginare una nostra separazione dal resto del continente, specie considerando la classe politica del tutto inadeguata allo scopo. Ciò non sbarra la strada a un percorso dell’Italia simile a quello di Londra di questi anni, anche perché l’insoddisfazione e la frustrazione degli elettori da noi si mostra di gran lunga superiore a quella che serpeggiava tra i britannici all’epoca del referendum, essendo la nostra economia stagnante da ben un quarto di secolo, con un Meridione a vivere in condizioni del tutto simili a quelle della martoriata Grecia. Giocare allo sfascio per i commissari e le cancellerie di Germania e Francia equivale a segare l’albero su cui sono appollaiati i 27 stati rimanenti dopo la Brexit. E tra qualche anno, l’impossibile diverrebbe realtà.

Davvero è il debito pubblico a spaventare dell’Italia o c’è dietro molto di più?

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