Economie emergenti pazze per gli eurobond, emissioni record nel 2016

Emissioni di eurobond ai massimi di sempre sui mercati emergenti, grazie ai rendimenti bassissimi determinati dalla BCE nell'Eurozona. Vantaggi e rischi per gli emittenti, aspettando che la stessa efficacia la si abbia in Europa.

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Emissioni di eurobond ai massimi di sempre sui mercati emergenti, grazie ai rendimenti bassissimi determinati dalla BCE nell'Eurozona. Vantaggi e rischi per gli emittenti, aspettando che la stessa efficacia la si abbia in Europa.

Il 10 marzo scorso, per la seconda volta in tre mesi, la BCE ha annunciato il potenziamento del “quantitative easing”, aumentando gli acquisti di assets di 20 miliardi al mese a 80 miliardi, includendovi i corporate bond. Sono stati anche tagliati i tassi, azzerando quelli di riferimento, nonché sono state previste nuove aste Tltro a condizioni ancora più convenienti per le banche dell’Eurozona. Il risultato di questo mix di interventi è stato un crollo ulteriore dei rendimenti sul mercato obbligazionario privato dell’unione monetaria ai minimi storici e il fenomeno sta riguardando anche il comparto degli “high yields”, cioè delle obbligazioni ad alto rendimento o anche dette “spazzatura”. Ciò, perché il mercato ritiene che gli acquisti della BCE sul comparto obbligazionario “investment grade” sposterà la domanda verso i titoli “junk”. Al contempo, non pochi prevedono che prima o poi Francoforte inizierà a comprarsi anche i titoli oggi più rischiosi. Fatto sta, che i rendimenti ai minimi per i titoli denominati in euro sta avendo effetti anche all’esterno dell’Eurozona. Come sempre capita, quando indebitarsi in una valuta diventa più conveniente, prende forma il cosiddetto “carry trade”.

E’ quanto sta avvenendo in queste settimane sui mercati emergenti, dove si registra un boom di emissioni di debito in euro, approfittando dei rendimenti infimi vigenti in questa fase su questo mercato.

Emissioni eurobond record su mercati emergenti

Già prima dell’ultimo potenziamento del QE, il governo messicano aveva emesso bond in euro per 2,5 miliardi con scadenza 2022 e 2031. I primi sono stati venduti per 1,5 miliardi al rendimento medio dell’1,98% e i secondi per il restante miliardo al 3,42% (in dollari, la stessa emissione sarebbe stata più costosa di 100 punti base). Un anno fa, il Messico era stato il primo ente sovrano al mondo ad avere venduto un bond per 1,5 miliardi con scadenza a 100 anni. E il rendimento dell’emissione è stato di appena il 4,2%. Anche la Colombia è tornata a rifinanziarsi in euro per la prima volta dal 2001 con un’emissione da 1,35 miliardi, avvenuta il 16 marzo scorso. Complessivamente, i bond in euro emessi presso le economie emergenti ammontano già quest’anno a 28 miliardi di euro e rappresentano il 40% del totale delle emissioni in valuta estera su questi mercati, la percentuale più alta degli ultimi sei anni.

Bisogna tornare al 2010, infatti, per trovare la stessa incidenza, anche se in valore assoluto si tratta di un record.      

Rendimenti eurobond ai minimi, emergenti ne approfittano

La correlazione con i rendimenti vigenti nell’Eurozona è evidente. Ai tempi della crisi dei debiti sovrani e degli spread ai massimi, le emissioni in euro sui mercati emergenti erano scesi anche sotto al 20% del totale. Da allora, i rendimenti sul debito piazzato in euro da parte dei governi emergenti sono crollati di 329 punti base all’attuale 1,52%, mentre nello stesso tempo quelli sui titoli in dollari sono diminuiti di appena 19 bp al 5,15%. Emettere debito in valuta straniera “pesante” è, però, una scommessa ardua. Da un lato, si ha il vantaggio di pagare un rendimento inferiore a quello che si sarebbe dovuto offrire con un’emissione in valuta locale, dall’altro si è sottoposti al rischio cambio. Già, perché non è ignoto che le valute emergenti abbiano subito un vero tracollo nei mesi scorsi, a causa del tonfo delle quotazioni del petrolio e delle altre materie prime, di cui sono per lo più esportatrici. Ciò implica, che i governi e le società emittenti bond in euro confidano in un miglioramento dei cambi, che renderebbe il loro indebitamento alla scadenza ancora più economico. Poniamo, infatti, che il governo messicano, quando dovrà rimborsare nel 2022 gli 1,5 miliardi di euro ai creditori, debba farlo con un cambio rafforzatosi dalla data di emissione dei bond del 10%, per ipotesi. Ciò significherebbe un esborso in pesos più basso di quanto non abbia incassato con il collocamento dei titoli, per cui oltre ai minori rendimenti si avrebbe anche il beneficio di un effetto cambio favorevole alla scadenza.      

Rischi da emissioni in euro

Ma cosa accadrebbe, se le cose si mettessero diversamente e l’euro, anziché indebolirsi, si rafforzasse contro le valute emergenti? Certo, il problema non si porrebbe nell’immediato, essendo le emissioni a medio-lunga durata, ma il rischio c’è e nemmeno basso, tenendo conto delle oscillazioni profonde a cui sono soggette le valute legate alle commodities. Già da alcune settimane, comunque, assistiamo a un loro discreto recupero, coincidente con il rally del greggio e delle altre materie prime. Nel frattempo, Mario Draghi spera che lo stesso effetto incentivante si abbia nell’Eurozona, dove lo scorso anno sono stati emessi corporate bond in euro per 360 miliardi di euro, molti meno dei 1.100 miliardi di dollari negli USA. Se i bassi rendimenti convincessero le società europee a indebitarsi di più con il ricorso al mercato obbligazionario, si potrebbe verificare un effetto “spill-over”, in quanto si allenterebbe il legame tra imprese e banche e queste ultime potrebbero maggiormente sostenere il credito in favore delle piccole e medie imprese, le più colpite dalla crisi finanziaria ed economica di questi anni, specie considerando che la BCE sta arrivando a “pagare” gli istituti perché prestino denaro.

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