Economie emergenti esposte alla caduta libera del Brasile, ma GS non dispera

La crisi del Brasile avrebbe effetti sistemici sulle economie emergenti. Gli analisti sono pessimisti sul primo, mentre potrebbe esserci qualche sorpresa positiva dalle seconde.

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La crisi del Brasile avrebbe effetti sistemici sulle economie emergenti. Gli analisti sono pessimisti sul primo, mentre potrebbe esserci qualche sorpresa positiva dalle seconde.

Il Brasile sarebbe in “modalità caduta libera”, secondo gli analisti di Barclays, che si mostrano particolarmente preoccupati per il deterioramento della dinamica del debito della prima economia sudamericana. Sappiamo già che per la prima volta dal 2003, l’inflazione a metà novembre ha sfondato la soglia del 10%, mentre la disoccupazione è salita ad agosto al 7,9% dal 4,3% di un anno prima. Le aspettative del mercato continuano a peggiorare di settimana in settimana, come dimostra il report Focus della banca centrale. La sindrome brasiliana si chiamerebbe “stagflazione”, trattandosi di un’economia che non riesce a contenere la crescita dei prezzi, nonostante il governatore Alexandre Tombini abbia portato i tassi Selic al 14,25%, in seguito a un ciclo restrittivo iniziato nell’aprile di 2 anni fa. Il real ha perso un terzo del suo valore quest’anno e proprio la sua caduta alimenta l’inflazione, rendendo più costosi i beni importati. Il rapporto tra tassi e debito potrebbe essere perverso e portare la politica fiscale ad essere dipendente dall’andamento di quest’ultimo, avvertono da Barclays. Il costo di rifinanziamento dovrebbe attestarsi a oltre il 12% medio quest’anno, mentre il debito dovrebbe salire al 71% del pil, un livello molto alto per un’economia emergente.

Debito brasiliano rischia l’insostenibilità

Gli analisti dell’istituto hanno simulato le conseguenze di uno scenario di stress, caratterizzato dall’aggravarsi della crisi politica, con anche la previsione dell’impeachment per il presidente Dilma Rousseff, una perdita di fiducia del mercato verso la sostenibilità delle politiche fiscali brasiliane e un calo ulteriore del pil del 2,3% nel 2016. In questo scenario, il bilancio registrerebbe un deficit fino al 2019. I tassi salirebbero di altri 200 punti base, mentre l’inflazione resterebbe alta per via del real debole.

In questo scenario, il rapporto tra debito e pil salirebbe al 100% del pil entro il 2020. Il problema, sempre secondo Barclays, è che i tassi potrebbero crescere ben più delle attese, qualora il mercato perdesse la fiducia sul paese. Il paragone è con il 2002, quando in previsione della vittoria di Lula, salirono di 800 bp in appena 6 mesi. E anche solo immaginando che crescano similmente ai mesi seguenti lo scoppio della crisi finanziaria globale del 2008, ovvero di 400 bp, il debito salirebbe al 114% nel 2021.        

Crisi emergenti con contagio da Brasile?

I fattori della crisi non solo solo interni e Barclays li riassume così: alto deficit primario, alto debito pubblico, alti tassi, economia in recessione, crisi delle materie prime. Data la rilevanza sistemica dell’economia brasiliana e alcuni elementi di crisi in comune con gli altri mercati emergenti, ci sarebbe il rischio di un contagio verso questi ultimi. Ma non tutti sono pessimisti sul futuro delle economie emergenti, non fosse altro perché il mercato avrebbe già scontato i rischi, tanto che Bank of America stima che le valute di questi paesi sarebbero adesso mediamente sottovalutate del 16% contro il dollaro, rispetto ai fondamentali. Ciò, dopo che il real brasiliano e la lira turca hanno toccato in questi mesi nuovi minimi record.

Ma l’umore del mercato potrebbe rimbalzare

Per Goldman Sachs, quindi, il sentiment sui mercati potrebbe migliorare, seppur di poco, reagendo al minimo segnale positivo che potrebbe arrivare da tali economie. L’istituto non intravede una vera inversione di tendenza, ma almeno la fine del peggioramento delle aspettative degli investitori, che avrebbero toccato adesso il punto più basso. D’altronde, la banca d’affari stima una crescita media delle economie emergenti del 4,9% nel 2016, in accelerazione per la prima volta dal 2010 dal +4,4% di quest’anno. Da ciò il consiglio di Bank of America ai suoi clienti di acquistare pesos messicani, zloty polacchi e bond in valuta locale di Ungheria e India. Goldman Sachs prevede anche un rally dei bond russi.

     

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