Super dollaro rischioso per economie emergenti e Trump lo vuole sgonfiare

Il super dollaro minaccia le economie emergenti, dove migliaia di miliardi di debiti sono stati contratti nella divisa americana . E anche il presidente Trump tuona contro.

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Il super dollaro minaccia le economie emergenti, dove migliaia di miliardi di debiti sono stati contratti nella divisa americana . E anche il presidente Trump tuona contro.

A Davos, Svizzera, dove si tiene l’annuale conferenza Forum sull’Economia Mondiale dei grandi della Terra, l’unico esponente della prossima amministrazione Trump presente è uno dei suoi consiglieri economici, Anthony Scaramucci, il cui nome tradisce origini italiane. Dalla località sciistica elvetica, l’uomo ha avvertito che un’economia americana in ripresa oltre le attese dovrebbe rafforzare il dollaro ulteriormente, ma che questo avrebbe conseguenze potenzialmente negative. Gli fa immediatamente eco il presidente eletto Donald Trump, secondo cui il dollaro sarebbe già “troppo forte” e lo yuan continua a indebolirsi, per cui le esportazioni USA sarebbero adesso minacciate.

La reazione dei mercati è stata immediata: il biglietto verde perdeva oltre l’1% contro le principali valute mondiali, mentre saliva a 1.215 dollari, ovvero ai massimi da quasi due mesi, anche sui rischi legati alla Brexit. E sempre da Davos, David Rubenstein, co-fondatore e co-ceo di Carlyle Group, ha messo in guardia dall’impatto che un super dollaro potrebbe avere sulle economie emergenti. (Leggi anche: Super dollaro anche nel 2017? Ecco come il petrolio potrebbe tenerlo alto)

Debito corporate in economie emergenti è un problema

Il debito delle imprese (corporate) presso le economie emergenti vale 18.000 miliardi di dollari, di cui 4.500 contratti nella divisa americana. Pertanto, le esposizioni in dollari delle imprese con sede nei mercati emergenti vale circa il 15% del pil di questi. Esse risentono direttamente del rafforzamento del biglietto verde, specie quelle che maturano il fatturato esclusivamente o per lo più in valuta locale.

Negli anni passati, con l’esplosione della crisi finanziaria del 2008, le banche centrali avanzate hanno azzerato i tassi e spinto così ingenti capitali presso i mercati con rendimenti maggiori, in cui stato, imprese e organismi finanziari hanno avuto la convenienza ad approfittare dell’opportunità di emettere nuovi debiti per effettuare investimenti, confidando in costi molto contenuti. (Leggi anche: Economie emergenti esposte a bomba da 3.800 miliardi)

 

 

 

 

Costi in rialzo per imprese emergenti

Ora, però, che la Federal Reserve è tornata ad alzare i tassi e che il dollaro ha guadagnato mediamente il 25% contro le altre divise straniere in appena 30 mesi, il trend è cambiato e per alcune economie si sta facendo ancora più drammatico, come nel caso della Turchia, dove le esposizioni debitorie nette delle imprese sono triplicate a 213 miliardi di dollari dal 2008, a fronte di un -70% segnato dalla lira turca contro la divisa americana.

Il caso è ancora più temibile in Cina, dove l’altro ieri anche il Fondo Monetario Internazionale ammoniva su un debito corporate del 169% del pil. Quand’anche solo una parte di esso risulti contratto in dollari, il rialzo dei tassi sui mercati internazionali rappresenta ugualmente una minaccia per le imprese emergenti, in quanto sono esposte ai maggiori costi richiesti dal mercato per il rinnovo dei loro debiti alla scadenza, tanto che nel novembre scorso, mese in cui la vittoria inattesa di Trump ha fatto schizzare il cambio USA, le emissioni di nuovi bond in America Latina e in alcuni paesi dell’Asia orientale sono crollate di circa il 70% su base annua. (Leggi anche: Economie emergenti pazze per gli eurobond)

Con super dollaro, USA rischiano deflazione

Proprio per i rischi esistenti in un’economia globale interconnessa, l’ex governatore della Bundesbank e oggi ceo di Ubs, Axel Weber, si è detto convinto che la Fed non alzerà quest’anno i tassi più di un paio di volte e ha espresso anche la tesi, secondo cui saremmo ben lontani dal raggiungere una normalizzazione dei tassi, semplicemente le principali banche centrali starebbero riducendo il ritmo degli stimoli, ora che l’inflazione torna a farsi viva.

D’altra parte, sempre Scaramucci ha fatto presente che in un’economia in deflazione risulti più difficile restituire i prestiti e poiché un dollaro troppo forte comporterebbe proprio questo rischio per gli USA, chissà che non abbia voluto spianare la strada a Trump, affinché tuonasse contro un cambio eccessivo. L’America non può e non vuole permettersi di migliorare l’outlook delle altre principali economie mondiali, finendo per esportare loro inflazione; ma solo quella. (Leggi anche: Trumpflation costata già 1.000 miliardi)

 

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