Economie emergenti con un “buco” di $2.100 miliardi, l’Argentina non resterà sola

I mercati emergenti sono esposti a una potenziale crisi finanziaria brutale per via dello sbilanciamento dei debiti contratti con l'estero, eccessivi rispetto alle loro riserve valutarie. Il caso dell'Argentina rischia di non rimanere isolato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I mercati emergenti sono esposti a una potenziale crisi finanziaria brutale per via dello sbilanciamento dei debiti contratti con l'estero, eccessivi rispetto alle loro riserve valutarie. Il caso dell'Argentina rischia di non rimanere isolato.

In coincidenza con l’arrivo in Argentina del direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, per la partecipazione al vertice del G-20, a Buenos Aires si sono tenute manifestazioni di protesta contro il piano di aiuti da 50 miliardi di dollari richiesto e concesso dall’istituto di Washington al governo di Mauricio Macri, in risposta alla crisi valutaria che ha travolto il peso. Il cambio contro il dollaro si è indebolito nell’ultimo anno del 37,5% e nonostante i tassi d’interesse siano stati alzati di quasi 1.300 punti base (13%) dalla banca centrale, resta non lontano dai minimi storici, attestandosi oggi a 27,5. Gli argentini, memori del default del 2002, temono nuove misure di austerità, necessarie per ottenere il prestito dell’FMI.

Argentina nel caos, via governatore centrale sul crollo del cambio 

Tuttavia, l’Argentina non è l’unica economia emergente in crisi o che presenti fattori scatenati di una possibile tempesta finanziaria da qui a breve. Nel complesso, le 16 economie emergenti (Argentina, Bielorussia, Brasile, Cile, Colombia, Egitto, Indonesia, Malaysia, Marocco, Messico, Pakistan, Sudafrica, Turchia, Ucraina, Uruguay e Vietnam) hanno contratto debiti in valuta straniera per 3.400 miliardi di dollari, ma posseggono riserve valutarie per soli 1.300 miliardi, ovvero 2.100 miliardi in meno di quanto necessiterebbero per onorare i prestiti nei confronti degli investitori esteri. Considerando che nell’insieme mostrano un pil di poco superiore agli 8.000 miliardi, praticamente il “buco” potenziale sarebbe di oltre un quarto rispetto alla ricchezza annua prodotta. (dati: seekingalpha.com)

L’Argentina figura al quarto posto per rapporto tra debiti esteri e riserve valutarie, pari a 5,64. Peggio fanno solo Ucraina, Bielorussia e Pakistan. In valore assoluto, lo sbilanciamento sarebbe pari a 208 miliardi, pari a quasi un terzo del pil. Peggio va alla Turchia, con un differenziale negativo di 333 miliardi, il 39% del pil, anche se il rapporto debiti/riserve ammonta “solo” a 3,5. Qual è il problema? Le riserve valutarie si accumulano grazie all’eccesso delle esportazioni rispetto alle importazioni, nonché ai flussi netti di capitali in ingresso. Ebbene, queste economie soffrono in molti casi di una bilancia commerciale passiva, spesso cronica. L’Argentina, ad esempio, lo scorso anno ha chiuso con un saldo negativo del 14,5% del pil. Una percentuale esorbitante, che segnala scarsa competitività e strozzature dell’offerta domestica. Non se la passa bene nemmeno il Brasile, il cui passivo commerciale è stato del 12,7% del pil.

Il rischio di tante tempeste finanziarie

E non è un caso che un po’ tutte queste economie stiano subendo cali anche piuttosto pesanti per le rispettive valute, specie nel bel mezzo della stretta monetaria americana, che rende i titoli a stelle e strisce più allettanti, grazie ai tassi più alti. In teoria, cambi più deboli sarebbero in grado di rilanciare le esportazioni e, quindi, di contribuire almeno parzialmente a disinnescare la bomba del debito estero eccedente il valore delle riserve valutarie, quest’ultimo automaticamente accresciuto. Senonché, cambi più deboli significano anche debiti in valuta straniera più esosi, ovvero più difficili da rimborsare. E non è tutto: fino a quando il mercato non si convince che un tasso di cambio abbia toccato il punto minimo, i capitali tendono a defluire, con ciò accelerando il crollo valutario da un lato e delle riserve dall’altro. Nei casi più estremi, si può arrivare, come nel caso dell’Argentina, a dovere alzare bandiera bianca e chiedere aiuto all’FMI. Rilanciare le esportazioni, poi, appare oggi più complicato con i venti di “guerra” commerciale. In fondo, significherebbe sottrarre quote di ricchezza ad altre economie. E si consideri che le emergenti esportano spesso materie prime e in dollari, i cui prezzi e le quantità vendute dipendono dall’andamento della congiuntura internazionale, ossia da fattori esogeni, non controllabili direttamente dai paesi produttori.

Per non parlare degli esiti disastrosi che un crollo del cambio comporta sull’economia domestica. L’Argentina ha subito a maggio un calo dell’attività economica del 5,8% su base annua, dopo il -1,4% di aprile. In altre parole, si starebbe avviando verso la recessione. Un fatto a cui la Turchia, in particolare, dovrebbe guardare con attenzione in questi mesi. Ieri, la lira turca è arrivata a scivolare del 3% contro il dollaro sul mancato rialzo dei tassi da parte della banca centrale, a conferma dei timori dei mercati sull’assenza di autonomia rispetto alla sfera politica. Se le partite correnti non migliorano rapidamente dal -5/6% atteso per questo rispetto al pil, Ankara risulterà esposta a una crisi finanziaria severa. E’ vero che i debiti non giungono tutti in scadenza nel breve termine, ma se le riserve continuassero a restare basse o a diminuire, ci sarebbero in cassa pochi dollari con cui pagare e ciò si tradurrebbe in una ulteriore caduta del cambio, che a sua volta alimenterebbe l’inflazione, spingendo (che voglia o meno il presidente Erdogan) la banca centrale a un maxi-rialzo dei tassi, seguito da un probabile scivolamento dell’economia nella recessione, tanto più dura quanto più tardiva sarà la reazione della politica monetaria.

Lira turca collassa sul mancato rialzo dei tassi

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Argomenti: Altre economie, Crisi argentina, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti