Economia tedesca più vicina alla recessione, ecco i rischi in vista per la Germania

L'economia tedesca sarebbe più vicina alla recessione dopo gli ultimi dati sulla produzione industriale, che seguono quelli negativi dell'Ifo. E all'orizzonte si addensano parecchie nubi sopra la Germania.

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L'economia tedesca sarebbe più vicina alla recessione dopo gli ultimi dati sulla produzione industriale, che seguono quelli negativi dell'Ifo. E all'orizzonte si addensano parecchie nubi sopra la Germania.

La produzione industriale in Germania a novembre si è contratta dell’1,9% sul mese precedente e del 4,7% su base annua dal +1,6%, in questo secondo caso rivelandosi il dato peggiore dall’uscita della crisi nel 2009. E anche il dato mensile di ottobre è stato rivisto al ribasso dal -0,5% della stima preliminare al -0,8%. Sulla base di questi numeri, più probabile che l’economia tedesca vada in recessione, se registrasse per il secondo trimestre consecutivo un calo del pil.

Nel terzo trimestre, questo è stato dello 0,2% e addebitato quasi esclusivamente al crollo della produzione di auto, comparto trainante in Germania, a seguito della scarsa prontezza con cui le case tedesche si stanno adeguando ai nuovi criteri internazionali sulle emissioni inquinanti.

Ieri, l’Ifo aveva sorpreso anch’esso negativamente, segnando il quarto calo consecutivo a dicembre e ai minimi da 2 anni, a 101 punti. Si tratta di un indicatore dell’umore delle imprese tedesche. Il Pmi relativo ai servizi è stato rivisto al ribasso rispetto alla lettura iniziale a 51,8 punti a dicembre, segnalando la minore crescita dal settembre del 2016. Il manifatturiero è sceso a 51,5 punto, il dato più basso dal marzo del 2016. In complesso, il settore privato risulta cresciuto nell’ultimo mese del 2018 ai ritmi più bassi dal giugno del lontano 2013. Per fortuna, la disoccupazione continua a rimanere ai minimi da inizio anni Ottanta, attestandosi al 3,3%.

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Recessione in Germania più vicina

Questa sfilza di numeri ci racconta di un’economia in deciso rallentamento da mesi e che tecnicamente potrebbe cadere in recessione. Trattandosi della prima economia dell’Eurozona, oltre che della UE, non sarebbe di poco momento. La Germania è stata l’unica grande economia dell’area ad avere superato brillantemente la crisi del 2008-’09, riuscendo da allora non solo a crescere a ritmi capaci di ridurre la disoccupazione ai minimi da diversi decenni, bensì pure a risanare i conti pubblici, portandoli stabilmente in attivo e riducendo il rapporto debito/pil nei pressi dei massimi consentiti dal Patto di stabilità e come da Fiscal Compact.

Insomma, se la Germania avvertisse odore di crisi, non sarebbe un fatto secondario, anche perché avverrebbe nel bel mezzo di forti tensioni sociali e politiche in Francia e con in carica un governo euro-scettico in Italia, rispettivamente seconda e terza economia dell’unione monetaria. Contrariamente a quanto si crederebbe superficialmente, esistono ragioni più strutturali e meno transitorie per temere un ripiegamento dell’economia tedesca. La prima riguarda la Brexit. La Germania esporta verso il Regno Unito per un controvalore netto annuo di 30 miliardi di euro, quasi l’1% del suo pil. Londra sta per uscire dalla UE, ma il suo Parlamento deve ancora approvare un accordo per regolare gli scambi con il resto del continente dopo marzo. Il voto è atteso per il 15, sebbene sussista il serio rischio di una bocciatura, nel quale caso il governo britannico si troverebbe a transitare i britannici fuori dalla UE senza un accordo. Sarebbe un duro colpo non solo per l’economia domestica, quanto pure per chi commercia con essa, vale a dire per i tedeschi in primis.

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I fattori di rischio per la Germania

Probabile, ma non scontato, che nel caso di bocciatura dell’intesa raggiunta tra Londra e Bruxelles, i commissari concedano a Downing Street più tempo per evitare il disastro di un “no deal”. Per intanto, però, le imprese tedesche si mostrano meno fiduciose sul futuro e temono contraccolpi ai loro ordini. Il resto lo sta facendo la “guerra” dei dazi tra USA e Cina, in cui pure l’Europa rientra con il rischio di subire l’innalzamento delle tariffe americane proprio sulle sue auto. Sarebbe una ritorsione esplicita dell’amministrazione Trump contro la Germania, accusata dal presidente USA di sfruttare l’euro debole per esportare a pieno ritmo. In effetti, un’economia che continua a vendere fuori dai confini per un valore pari al 7-8% del suo pil all’anno si ritrova più esposta di altre alla congiuntura internazionale da un lato e alle tensioni commerciali dall’altro.

Proprio il rallentamento della Cina, oltre che della stessa Eurozona, starebbe colpendo la produzione tedesca, traducendosi nel terzo fattore di rischio per Berlino. Infine, un ruolo probabilmente non marginale lo starebbe avendo la paralisi politica federale, con una cancelliera Angela Merkel giunta al capolinea e il suo governo privo di bussola in economia, così come sui temi europei, dilaniato dai litigi quotidiani dei partner della maggioranza. In sostanza, starebbe per concludersi il decennio magico che ha reso la Germania un modello di riferimento per il mondo, sorprendendo anche i più ottimisti per la sua capacità di reagire alla crisi puntando sull’export e al contempo attuando una politica di austerità fiscale, altrove politicamente e forse anche economicamente insostenibile.

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Il mercato sconta già la frenata tedesca

Sarà anche per questo che i rendimenti dei Bund ripiegano da settimane ai minimi dal tardo 2016. I decennali si aggirano in area 0,20%, riflettendo sia la fuga dei capitali verso la Germania in cerca di un porto sicuro contro le tensioni internazionali, sia il timore di una crisi dell’economia tedesca stessa. Non a caso, se i titoli di stato ne sono usciti rafforzati, il mercato azionario a Francoforte si è contratto del 19% nell’ultimo anno. Ciò contribuisce a tenere debole il cambio euro-dollaro sotto 1,15 da ormai la metà di ottobre. Proprio il rallentamento tedesco invia segnali negativi alla BCE, la quale se ha da questo mese cessato gli acquisti netti con il “quantitative easing”, dall’altro sarà quasi certamente costretta a rinviare di mesi il primo rialzo dei tassi, con l’elevata probabilità che ciò non accada quest’anno.

Non fa certo bene all’umore degli investitori nemmeno la crisi del sistema bancario teutonico. Deutsche Bank e Commerzbank sono dati da mesi come possibili sposi di un matrimonio volto ad allontanare il rischio di una perdita definitiva della fiducia del mercato, a causa dei rispettivi scarsi tassi di redditività, conseguenti ad anni di interessi zero.

Si capisce meglio la dichiarazione di questi giorni del ministro delle Finanze, Olaf Scholz, secondo cui “i bei tempi delle entrate fiscali in eccesso stanno volgendo al termine”. Questo significa, però, che il governo tedesco si mostrerà ancora più prudente nello spendere, essendo la politica dello “Schwarze Null” di schaeubliana memoria condivisa dai due principali schieramenti e non messa in discussione nemmeno dai partiti di opposizione, come la destra euro-scettica dell’AfD, i Verdi e i liberali dell’FDP.

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La reazione attesa della BCE

Se lo stato non spende, bisognerà che lo facciano i privati per evitare che la recessione, da tecnica diventi qualcosa di più pesante, a meno che l’export non ritrovi smalto con l’allentamento delle tensioni commerciali e la vivacizzazione dei tassi di crescita delle principali economie mondiali. E qui, casca l’asino, perché nel decennio che va dal 2008 al 2017, la propensione al consumo dei tedeschi risulta essersi persino ridotta, pur avendo goduto di tassi azzerati, di una crescita dei salari moderata e di un’inflazione sotto controllo. Ciò significa che una Germania in recessione sarà ancora meno di aiuto al resto dell’Eurozona, salvo che attraverso una necessaria politica monetaria più accomodante da parte della BCE, la quale terrebbe più a lungo i tassi a zero, così come l’euro debole.

Del resto, la spinta perché Francoforte alzi i tassi quanto prima è arrivata sinora particolarmente da Berlino, dove si guarda da tempo con terrore al boom dei prezzi immobiliari nelle principali città, a loro volta trainanti i tassi d’inflazione sopra il target ufficiale per gran parte dello scorso anno. Dalla fine del 2007, ad esempio, mentre i prezzi delle case italiane sono crollati mediamente di un quarto, in Germania sono esplosi di quasi il 50%, con punte di oltre il 60% nelle regioni a maggiore crescita. Una bolla, che rischia di sgonfiarsi precipitosamente nel caso di ingresso dell’economia in crisi, destando qualche grossa preoccupazione in più per le banche tedesche. Anche per questo, da qui a metà anno la BCE inietterà quasi certamente nuova liquidità agli istituti di credito dell’Eurozona, rispolverando le aste T-Ltro. Ci sono troppe nubi all’orizzonte, e stavolta puntano al cuore dell’euro.

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