Economia tedesca cresciuta a colpi di esportazioni, quella francese a debito e Italia senza bussola

Le esportazioni hanno sostenuto la crescita della Germania e anche dell'Italia, pur in misura assai minore. Per contro, la Francia nell'ultimo decennio è cresciuta solo a colpi di spesa pubblica in deficit.

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Le esportazioni hanno sostenuto la crescita della Germania e anche dell'Italia, pur in misura assai minore. Per contro, la Francia nell'ultimo decennio è cresciuta solo a colpi di spesa pubblica in deficit.

La locomotiva d’Europa, come viene spesso definitiva la Germania, si sarebbe quasi fermata nell’ultima metà dello scorso anno, pur forse riuscendo a schivare tecnicamente la recessione. Il pil tedesco nel 2018 dovrebbe essere cresciuto, stando all’ufficio statistico Destatis, dell’1,5%. Non entusiasmante, ma di fatto in linea con i tassi di crescita medi della prima economia europea, la quale non è solita registrare fasi di reale boom, semmai mostrando la capacità di avanzare anche quando le altre economie arrancano o indietreggiano. Tra il 2009 e il 2018, il pil tedesco si è espanso di quasi 827 miliardi di euro, il 13,4% in termini reali. Può sembrare poco, ma nello stesso decennio l’Italia ha registrato una crescita nominale del suo pil solamente di 127 miliardi, anche se al netto dell’inflazione è equivalso a un calo del 4,2%. La Francia lo ha visto salire di 355 miliardi, pari al +9,5%.

Diversa resta l’origine di tale crescita. Come sappiamo, la Germania è diventata una macchina da guerra sul fronte delle esportazioni, segnando record su record negli ultimi anni, con surplus commerciali che sono arrivati all’8% del pil, percentuali del tutto sconosciute alle grandi economie mondiali. Nel decennio scorso, le sue esportazioni nette sono state complessivamente pari a 2.038 miliardi di euro, qualcosa come circa i due terzi del suo pil attuale e, soprattutto, pari a 2,5 volte la crescita cumulata del pil nel periodo.

Perché non sarà la Germania a poterci salvare da una crisi in arrivo nell’Eurozona

L’Italia è riuscita anch’essa a segnare un risultato netto positivo, svoltando sin dal 2012. In tutto, ha registrato esportazioni nette per 200 miliardi di euro, circa 1,6 volte la crescita nominale del pil. Malissimo la Francia, che nel decennio non ha mai chiuso un esercizio in attivo, cumulando passività commerciali per oltre 708 miliardi.

 In economia, si è soliti parlare di deficit gemelli per indicare quella condizione, per cui la politica fiscale espansiva condotta da uno stato tenderebbe a coincidere con una bilancia commerciale dai saldi negativi. L’equazione matematica si spiegherebbe così: se un governo spende più di quanto incassa, genera domanda aggiuntiva, la quale sostiene le importazioni. E la Germania, in effetti, dal 2009 al 2018 ha perseguito una politica fiscale assai restrittiva, accumulando surplus di bilancio per oltre 164 miliardi sin dal 2014, pur non riuscendo questo a compensare i circa 210 miliardi di deficit registrati tra il 2009 e il 2013 e chiudendo così il periodo con un saldo negativo di quasi 55 miliardi.

Italia senza leva fiscale

L’Italia ha fatto molto peggio, lo sappiamo. Di deficit dal 2009 ne ha accumulato per più di 510 miliardi di euro, qualcosa come 4 volte la crescita del suo pil. Niente al confronto con la Francia, che ha aggiunto al suo debito pregresso uno stock di altri 933 miliardi, 2,6 volte la crescita nominale del suo pil.

E se il debito pubblico italiano fosse più solido di quello francese?

Per concludere, la Germania è cresciuta moderatamente, trainata dalle esportazioni nette, le quali hanno beneficiato di una politica fiscale improntata ai risparmi. La Francia ha fatto l’esatto opposto, riuscendo a crescere di meno e praticamente per effetto degli enormi “buchi” di bilancio, ossia grazie alla spesa pubblica, ma pagando sul fronte esterno, con profonde passività commerciali. E l’Italia? I nostri margini di manovra sui conti pubblici erano in partenza assai meno ampi, a causa di un rapporto debito/pil già intorno al 100% allo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2008. Pertanto, non abbiamo potuto puntare sul sostegno alla domanda interna tramite la spesa pubblica e ciò ci ha fortemente penalizzati, tant’è che siamo l’unica grande economia al mondo a non essere riusciti a recuperare i livelli di ricchezza pre-crisi. Il crollo dei consumi interni ha tenuto sostanzialmente ferme le importazioni, mentre anche grazie all’indebolimento del cambio degli ultimi anni, le esportazioni hanno preso a correre, generando surplus determinanti per sostenere la ripresa, pur timida, della nostra economia.

Infine, quanto ai deficit fiscali, quelli italiani non sono stati frutto di una precisa scelta dei governi che si sono succeduti, come segnala la loro entità contenuta persino in piena crisi e sempre sotto il 3% del pil sin dal 2012. In realtà, i nostri conti pubblici hanno risentito negativamente proprio del collasso economico. Inoltre, si consideri che con la sola eccezione dell’anno 2009, lo stato italiano ha sempre chiuso i bilanci con saldi primari attivi, cioè spendendo meno di quanto abbia incassato, al netto degli interessi sul debito, a differenza della Francia e complessivamente meglio della stessa Germania, a conferma di come non abbiamo fatto leva – e né potevamo permettercelo – sulla spesa pubblica per sostenere l’economia.

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