Economia sommersa vale oltre 200 miliardi, in gran parte per necessità

L'economia sommersa vale un ottavo di quella complessiva in Italia. Ecco perché ad alimentarla è lo stesso stato con alte tasse, burocrazia elefantiaca e servizi scadenti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'economia sommersa vale un ottavo di quella complessiva in Italia. Ecco perché ad alimentarla è lo stesso stato con alte tasse, burocrazia elefantiaca e servizi scadenti.

L’Istat ha pubblicato ieri le cifre sulla cosiddetta economia sommersa nel 2015, ovvero quella ricchezza generata e non dichiarata al fisco e quella derivante da attività illecite, come spaccio di droga e prostituzione. La somma risultava per l’anno di 208 miliardi, il 12,6% del pil. In termini assoluti, si registra un calo rispetto al 2014 di 5 miliardi, mentre l’incidenza percentuale scende di mezzo punto. Nel complesso, quindi, si nota un lieve miglioramento, anche se le attività illecite, che nel 2015 valevano sui 17 miliardi, segnalano una crescita altrettanto lieve, ma costante. I restanti 190 miliardi di economia sommersa derivano per il 45% da sotto-dichiarazioni, per il 37% da lavoro irregolare e per il 9,6% da altre voci. Questa componente maggioritaria valeva 196 miliardi nel 2014, ma nel 2012 era a 189 miliardi, per cui ci saremmo riportati poco sopra i livelli di 5 anni fa.

Quanto ai settori in cui l’economia sommersa sarebbe annidata, sarebbero “altre attività dei servizi” (33%), commercio, trasporto, alloggio e ristorazione (24%) e costruzioni (23%). (Leggi anche: Economia sommersa cresciuta con stretta sul contante e terrorismo fiscale)

Gran parte della stampa ha commentato con sdegno queste cifre, ricavandovi una connaturata tendenza negli italiani a sfuggire al fisco. Ma è davvero così? Prendiamo i 190 miliardi di cui sopra. Scopriamo che circa una settantina di questi, ovvero oltre il 4% del pil, deriva da lavoro irregolare, stimato in circa 3,4 milioni di persone. Di cosa si tratta? Di lavoratori alle dipendenze perlopiù di piccole e piccolissime imprese, che non avrebbero che la disoccupazione quale alternativa credibile. Ciò sarebbe il riflesso di due cause: dimensione eccessivamente piccola di molte imprese italiane; scarsa qualifica di una fetta non indifferente del mondo del lavoro.

Imprese e lavoratori si difendono contro il fisco

A loro volta, molte imprese sono e restano troppo piccole, vuoi perché sono nate sulla necessità dei titolari di arrangiarsi a fare qualcosa (si pensi al Sud), vuoi pure per l’eccessivo carico fiscale e burocratico, che non consentirebbe loro di crescere. In molti casi, ad essere in nero sono persino queste stesse imprese. E i lavoratori? Persone, che percepiscono uno stipendio, pur figurando inoccupati o disoccupati per l’Istat, ma che almeno riescono a sopravvivere. Considerando che spesso siano senza alcuna specializzazione, nelle aree economicamente depresse dell’Italia non potrebbero pretendere molto di più.

Quanto alle sotto-dichiarazioni, che rappresentano il grosso del sommerso, riguardano sia le imprese, sia il lavoro autonomo, sia ancora i lavoratori, tutti alla ricerca di una soluzione che riduca la pressione fiscale a loro carico. Aliquote Irpef del 43% per i redditi superiori ai 72.000 euro all’anno e già al 28% dopo i primi 28.000 euro, straordinari divorati da tasse e contributi (oltre i limiti pur dilatati per i quali è stata prevista l’aliquota secca del 10%), partite IVA trattate come se fossero i Bill Gates del Bel Paese, tutti elementi che ci inducono a pensare che la percentuale di economia sommersa riscontrata non sarebbe, poi, così alta, considerando il livello di tasse e di burocrazia imperante in Italia.

Già, la burocrazia: quella cosa, per cui anche se a Ferragosto hai bisogno nel tuo bar di un aiutante per farti dare una mano con l’afflusso di turisti, dovresti formalmente assumerlo con un contratto, almeno atipico. I voucher tanto odiati da sindacati e parte della politica sono stati resi molto meno accessibili con la riforma estiva; eppure, andavano nella direzione di fare emergere alla luce del sole quello che prima era nell’ombra. Non sono i cittadini-contribuenti a volere evadere il fisco (tranne qualche sicura eccezione), bensì lo stato a spingerli al di fuori dell’economia formale. E senza che apriamo qui il capitolo dolente della mancata corrispondenza tra l’elevato carico fiscale su famiglie e imprese e la carenza quantitativa e qualitativa dei servizi italiani. Perché in fondo le tasse si pagano per ricevere servizi, non perché siano un fatto dovuto in sé. (Leggi anche: Voucher lavoro, limiti in arrivo per demagogia dannosa all’economia)

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia

I commenti sono chiusi.