Petrolio, accordo tra OPEC e Russia spiegato da alcune cifre

L'economia russa ha bisogno che l'accordo con l'OPEC sul taglio della produzione di petrolio, voluto da Vladimir Putin, funzioni, altrimenti i conti pubblici creeranno problemi tra pochi mesi.

di , pubblicato il
L'economia russa ha bisogno che l'accordo con l'OPEC sul taglio della produzione di petrolio, voluto da Vladimir Putin, funzioni, altrimenti i conti pubblici creeranno problemi tra pochi mesi.

La Russia di Vladimir Putin taglierà la sua produzione di petrolio, dopo che anche l’OPEC ha raggiunto al suo interno un accordo preliminare al vertice di Algeri di fine settembre. La promessa è dello stesso presidente, che questa settimana ha incontrato a Istanbul i rappresentanti del cartello, in particolare, i leader dell’Arabia Saudita. Eppure, il ministro del Petrolio russo, Alexander Novak, aveva rigettato pochi giorni prima l’offerta.

Come segnalano i numeri, la Russia sta estraendo in questi mesi greggio ai ritmi più elevati in era post-sovietica, superando gli 11 milioni di barili al giorno.

Come si spiega la svolta di Putin? L’economia russa è largamente dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas, che rappresentavano nel 2014 il 71,9% del valore totale, scese adesso al 58,9%, a causa del tracollo delle quotazioni nell’ultimo biennio. Poiché la materia prima rappresentava due anni fa quasi la metà delle entrate federali a Mosca, mentre oggi il 37%, la crisi del greggio ha innescato anche conseguenze sul piano fiscale, tanto che il governo è riuscito a contenere il deficit al 3% del pil, attingendo abbondantemente al suo fondo sovrano, che complessivamente disponeva di quasi 92 miliardi di dollari nel settembre di due anni fa, mentre il mese scorso era dotato ancora di soli 32,2 miliardi. (Leggi anche: Petrolio, prezzi boom: Putin media)

Rischio di nuova austerità per economia russa

Di questo passo, spiegano gli analisti, rimarranno a disposizione appena 15 miliardi alla fine di quest’anno e non ci saranno più soldi entro il primo semestre del 2017. Se le previsioni fossero reali, tra poco più di sei mesi, il governo di Mosca dovrebbe trovare altrove il modo di tamponare il disavanzo fiscale, ovvero emettendo ulteriore debito pubblico, oppure tagliando la spesa pubblica e/o aumentando le tasse, calcando così la mano sull’austerità.

Il Cremlino sta mettendo le mani avanti e ha già fatto sapere che all’occorrenza disporrà di altri 70 miliardi, grazie al fondo per il welfare, che non è, però, destinato a coprire i disavanzi dei conti pubblici, bensì ad erogare prestazioni previdenziali future.

(Leggi anche: Banca di Russia svaluterà il rublo per migliorare i conti pubblici?)

 

 

 

Accordo dubbio per taglio produzione petrolio

Il declino in corso dell’economia russa si coglie in un altro dato: le sue esportazioni rappresentavano lo scorso il 2,1% di quelle di tutto il pianeta, in calo dello 0,6% rispetto al 2014. Ciò significa che la Russia perde quote di mercato e, quindi, per dirla con le parole del ministro dello Sviluppo economico, Kirill Tremasov, anche “influenza”. Lo stesso prevede per il triennio 2017-2019 una crescita annua media dell’1,5%.

Servono prezzi del petrolio più alti per rinvigorire la crescita economica russa, le entrate statali e le esportazioni. Da qui, la decisione di Putin di accettare di contribuire a risolvere il problema dell’eccesso di offerta globale, anche se Igor Sechin, il capo di Rosneft, il gigante nazionale, che vale il 40% della produzione energetica russa, ha smentito che la società da lui guidata ridurrà l’offerta. La privatizzazione di Rosneft – è l’annuncio del governo di oggi – sarà completata entro quest’anno, una ragione in più per dubitare sull’effettiva intesa tra Russia e Arabia Saudita su un taglio della produzione di greggio.

Il Cremlino doveva inviare un segnale alla popolazione, che anche alle recenti elezioni per la Duma ha mostrato un certo nervosismo per l’andamento dell’economia, assegnando sì una larga vittoria a Russia Unita, la coalizione che sostiene Putin e il premier Dmitri Medvedev, ma disertando le urne, con il tasso di assenteismo al 53%. Senza un recupero veloce, stabile e ben al di sopra degli attuali 50 dollari al barile dei prezzi del greggio, una nuova ondata di austerità non sarà da escludere a Mosca, considerando che le sanzioni finanziarie imposte da USA e UE alla sua economia sulla Crimea limita le possibilità del governo di finanziarsi sul mercato. E se vince Hillary Clinton tra meno di un mese, alla Casa Bianca ci saranno porte sbarrate a Putin. (Leggi anche: Putin esce dall’isolamento)

 

 

 

 

 

.
Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , , , ,