Questa economia era ricca, un dittatore l’ha ridotta in miseria

L'economia dello Zimbabwe è stata distrutta dall'incompetenza di Robert Mugabe, padre padrone del paese dal 1980. Adesso, c'è la possibilità di un cambiamento, ma resta altissimo il rischio di un successore a lui simile.

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L'economia dello Zimbabwe è stata distrutta dall'incompetenza di Robert Mugabe, padre padrone del paese dal 1980. Adesso, c'è la possibilità di un cambiamento, ma resta altissimo il rischio di un successore a lui simile.

La lunga era di Robert Mugabe starebbe volgendo al termine e non perché alla bellezza di 93 anni abbia voglia di ritirarsi dalla scena politica, bensì per un colpo di stato, che ieri mattina è avvenuto ad Harare, capitale dello Zimbabwe, ad opera dei militari. L’anziano dittatore è al potere sin dal 1980, acclamato inizialmente dal suo popolo come il Nelson Mandela della ex Rhodesia, che fino ad allora era stata una colonia britannica. Invece, l’uomo si rivelò di tutt’altra pasta, specie a partire dagli anni Novanta, quando con politiche demenziali è riuscito a ridurre in miseria un’economia relativamente ricca dell’Africa. Un solo dato: nel 1981, poco dopo il suo arrivo al potere, il pil pro-capite nel paese era di 1.100 dollari, praticamente lo stesso o persino più alto di quello attuale. (Leggi anche: Colpo di stato in Zimbabwe, Mugabe arrestato)

Come sia stato possibile fermare il tempo per quasi quattro lunghi decenni nello Zimbabwe lo fa intendere un altro dato: la produzione di farina nel 1990 era ancora a 325.000 tonnellate, tanto che il paese era anche noto con l’appellativo di “cestino del pane” dell’Africa. Nel 2016, era crollata ad appena 20.000 tonnellate. Quale la causa? La persecuzione della minoranza bianca, quella che aveva dominato la politica e l’economia in era britannica, che con il “Land Acquisition Act” del 1992 inizia ad essere espropriata delle proprie terre, le quali vengono distribuite alla maggioranza nera.

Se fino al 1999 si era rimasti alle parole, Mugabe decide di passare ai fatti all’inizio del nuovo Millennio, sottraendo la terra a migliaia di agricoltori bianchi. Risultato: la produzione agricola crolla all’istante, i prezzi dei generi alimentari s’impennano, si diffonde nel paese la peggiore carestia da almeno 60 anni e la banca centrale inizia a stampare moneta, finendo per distruggere del tutto l’economia tra il 2007 e il 2009, quando esplode l’iperinflazione. I prezzi risultano mediamente cresciuti del 1.200% nel 2006, il doppio del 600% del 2003, ma già nel 2007 arrivano al +66.200% e l’anno seguente alla cifra impressionante del 7.900.000.000%. In sostanza, raddoppiavano ogni giorno. Tra il 1998 e il 2008, il pil si dimezza a 4,4 miliardi di dollari (era a 9,1 miliardi nel 1991), salvo risalire da allora agli attuali 16,3 miliardi stimati.

Corsa alle azioni

Non solo cereali, però, perché lo Zimbabwe sarebbe molto ricco anche di diamanti e oro. Per i primi, disporrebbe delle seconde riserve più alte al mondo dopo la Russia, ma le politiche interventiste e asfissianti di Mugabe e l’eevata corruzione non attirano capitali esteri, anche perché le compagnie straniere temono di finire espropriate come i bianchi con le loro terre. In effetti, progetti simili sono stati esternati dal dittatore da tempo, desideroso di istituire una società statale per lo sfruttamento delle risorse minerarie.

Il male di cui soffre negli ultimi tempi l’economia emergente è la crisi di liquidità, che a sua volta genera carenza di beni, secondo uno scenario non dissimile da quello del Venezuela di questi anni, seppure fortunatamente molto meno grave. Dal 2009, la Reserve Bank of Zimbabwe non stampa una moneta propria, per cui le transazioni avvengono in valute straniere, come dollaro, rand, euro, sterlina, yen, etc. Le esportazioni stanno risentendo della forza delle valute straniere alle quali vengono realizzate e sono diminuite, lasciando Harare con poca valuta pesante con cui importare beni dall’estero.

Reagendo a questa crisi, la banca centrale ha a fine 2016 emesso “bond notes” per diverse centinaia di milioni di dollari e alla pari con il dollaro, ma scatenando tra gli abitanti l’incubo dell’iperinflazione. E così, da inizio anno l’indice azionario Zimbabwe Industrial Index ha segnato un progresso del 390%, che riflette certamente non un boom dell’economia locale, bensì la corsa all’acquisto di azioni da parte dei risparmiatori per mettere in salvo il denaro dal rischio di una nuova fase inflazionistica. Oggi, il mercato azionario dello Zimbabwe vale 14,5 miliardi, che sembrano pochi in valore assoluto, ma pesano per il 90% del pil. (Leggi anche: Corsa agli sportelli delle banche e paura dell’iperinflazione)

Il futuro tra Gucci e coccodrillo

E ieri vi abbiamo dato la notizia che i Bitcoin sul Golix, la piattaforma di scambio nel paese africano, venivano scambiati fino a un massimo di 13.900 dollari, ovvero a valori quasi doppi la media internazionale. Facciamo presente, però, che non saremmo in presenza di una fuga degli investitori locali verso la moneta digitale, visto che le transazioni degli ultimi 30 giorni hanno riguardato appena 146 unità, quelle che mediamente negli USA si scambiano ogni quarto d’ora. E, tuttavia, è innegabile che qualcosa si stia muovendo pure su questo fronte, se si considera che in un solo mese, gli scambi di Bitcoin nello Zimbabwe siano stati in valore quasi 10 volte superiori a quelli dell’intero 2016. (Leggi anche: Bitcoin a 13.900 in Zimbabwe, boom di scambi con fine era Mugabe)

Può questa ex economia ricca dell’Africa tornare a splendere come prima di Mugabe? Dipende dall’esito del golpe. I militari starebbero agendo per impedire la successione in favore della moglie del dittatore, Grace, soprannominata anche “Gucci”, date le sue spese folli per l’abbigliamento e non solo. In sé, sarebbe una buona notizia, visto che la donna non sembra esattamente il ritratto di un politico capace di gestire bene l’economia di uno stato. Tuttavia, è assai probabile che l’esercito voglia transitare i poteri nelle mani dell’ex vice-presidente, Emmerson Mnangagwa, 75 anni, conosciuto anche come il “coccodrillo” per la ferocia con cui ha represso gli oppositori sin dagli anni Ottanta, avendo fatto carriera sotto Mugabe.

La scelta ad Harare, quindi, al momento sarebbe tra Gucci e coccodrillo, non proprio uno scenario esaltante per i capitali esteri, nonché per gli stessi abitanti dello Zimbabwe, dove la disoccupazione sarebbe dell’80% e la povertà riguarderebbe quasi i tre quarti della popolazione, secondo gli ultimi dati ufficiali del 2011. Si capisce bene perché, chi può investe i suoi soldi in borsa, essendo difficile portarli all’estero, a causa dei controlli sui capitali introdotti da anni e che intrappolano in patria i flussi finanziari. Se si riuscisse a fare arrivare alla presidenza una figura mediamente competente, il futuro dell’economia nazionale potrebbe essere di gran lunga migliore degli anni di distruzione con Mugabe al potere.

 

 

 

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