Crescita economia italiana verso l’azzeramento tra banche e referendum

L'economia italiana si starebbe dirigendo verso la stagnazione, indipendentemente dalla congiuntura internazionale. Le banche e il referendum potrebbero portarci verso la crescita zero o persino alla recessione.

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L'economia italiana si starebbe dirigendo verso la stagnazione, indipendentemente dalla congiuntura internazionale. Le banche e il referendum potrebbero portarci verso la crescita zero o persino alla recessione.

Il governo Renzi confida anche che l’economia italiana crescerà dell’1% quest’anno, ma la variazione alla Nota di aggiornamento al Def della settimana scorsa è apparso più un esercizio di puro training autogeno. Quasi nessun analista stima una crescita del pil superiore allo 0,7-0,8% nel 2016, ma quel che forse è persino peggio è che nemmeno per l’anno prossimo sono attesi miglioramenti.

Confindustria prevede un miserrimo +0,5%. E dire che presto potremmo essere costretti a rivedere al ribasso le previsioni sull’Italia, così come anche sull’Eurozona. Nel nostro caso, a poter spegnere la ripresa già debole in corso sarebbero due fattori concomitanti: la crisi delle banche e il referendum costituzionale di dicembre.

Il capo-economista di Dbrs, Fergus McCormick, ha avvertito che il rating sul debito pubblico italiano potrebbe essere declassato presto dall’attuale “A” assegnata, nel caso di una vittoria dei “no” al referendum, che avrebbe come conseguenza la conservazione dello status quo, nonché le dimissioni del governo Renzi, riportando il nostro paese all’instabilità politica, ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera. (Leggi anche: Economia italiana, ripresa lontanissima)

Sofferenze banche italiane rischiano di crescere

La canadese Dbrs è l’unica tra le grandi agenzie di rating a valutarci ancora in classe “A”, visto che le più note S&P, Moody’s e Fitch ci relegano da anni in “B”, a pochi passi dal giudizio “spazzatura”. La BCE valuta i titoli di stato portati dalle banche in garanzia sulla base del rating più alto di cui godono, al fine di erogare loro liquidità.

Se Dbrs ci declassasse, le banche italiane pagherebbero più cara la liquidità ottenuta da Francoforte, o a parità di collaterale di garanzia dovrebbero accontentarsi di minore liquidità. Ma forse è l’ultimo dei pensieri per i nostri istituti, alle prese da tempo con crediti deteriorati o Npl, la cui entità non accenna a diminuire. Anzi, se la crescita economica dell’Italia rallentasse, il monte-prestiti a rischio potrebbe salire ulteriormente, visto che le imprese e le famiglie troverebbero più difficile restituire le somme ottenute.

(Leggi anche: Crisi debito e banche, il circolo vizioso)

 

 

 

Instabilità politica crea scetticismo

L’eventuale instabilità politica potrebbe far saltare i piani – almeno nei tempi – delle banche sinora studiati. Difficile, che con un governo traballante o dimissionario, si possano varare il maxi-aumento di MPS e cedere sul mercato le sofferenze di Siena, Unicredit e degli altri istituti. Prima di imbarcarsi su una nave, gli investitori vorrebbero prima verificare chi vi sia al timone.

E’ probabile che nel caso più temuto dai mercati, l’instabilità politica sarebbe inferiore e più breve di quanto immaginato, anche perché l’Italia ha una solida esperienza alle spalle di governissimi, governicchi e tecnici al potere. Tuttavia, servirebbe tempo per ripristinare la fiducia, anche perché gli investitori inizierebbero subito dopo il voto a scontare il risultato delle elezioni politiche, che al più tardi si terranno tra meno di un anno e mezzo. (Leggi anche: Crisi banche italiane, si cercano 30 miliardi)

Fattori crescita hanno già dato

Aldilà delle nostre specificità negative, i fattori che hanno sostenuto la ripresa internazionale in questi ultimi tempi sembrano aver raggiunto il loro culmine: i bassi tassi d’interesse non scenderanno ulteriormente, con ogni probabilità; i prezzi delle materie prime, petrolio incluso, dovrebbero timidamente risalire nei prossimi mesi e l’euro non dovrebbe indebolirsi più contro le altre valute. (Leggi anche: Crisi materie prime per tutto 2016)

Senza nemmeno voler immaginare una tempesta finanziaria, scatenata da un’eventuale crisi di Deutsche Bank, ci sono più ragioni per credere che la crescita dell’economia italiana sia destinata a decelerare nei prossimi trimestri, anziché ad accelerare. Certo, bisogna ammettere che se la frenata fosse brusca, partendo già da una velocità abbastanza bassa, il rischio che si inneschi una marcia indietro è reale. Dalla stagnazione alla lieve recessione il passo sarebbe breve. Andrebbero a farsi benedire persino i target fiscali già resi ultra-flessibili dalla UE, ma anche a questo siamo abituati.

 

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