Economia italiana, perché l’inflazione senza crescita sarebbe un disastro

Se l'inflazione risale, senza che prima l'economia italiana sia tornata in crescita, potremmo subire solo conseguenze negative, come una nuova crisi del debito pubblico.

di , pubblicato il
Se l'inflazione risale, senza che prima l'economia italiana sia tornata in crescita, potremmo subire solo conseguenze negative, come una nuova crisi del debito pubblico.

A settembre, l’inflazione è tornata positiva in Italia dopo sette mesi consecutivi di cali tendenziali, anche se su base annua, la crescita dei prezzi è stata solo dello 0,1%. Eppure, tanto è bastato per fare scrivere a più di un giornale che l’economia italiana sarebbe uscita dalla deflazione. In verità, né prima eravamo realmente in deflazione propriamente detta, né adesso siamo usciti dal rischio di un calo generalizzato dei prezzi.

Un paio di dati ci spingono alla prudenza, entrambi pubblicati oggi. Secondo l’Istat, i prezzi degli immobili sono diminuiti nel secondo trimestre dello 0,4% rispetto ai primi tre mesi dell’anno e dell’1,4% rispetto allo stesso periodo del 2015. E l’Eurostat ci spiega che i prezzi alla produzione nell’Eurozona sono scesi in agosto dello 0,2% mensile e del 2,1% annuo. (Leggi anche: Economia italiana, ripresa lontanissima)

Prezzi petrolio in risalita impattano su inflazione

Insomma, se eravamo in deflazione, non ne siamo realmente usciti, mentre è probabile che i prezzi resteranno “freddi” ancora per mesi nell’area, a causa di una crescita economica poco dinamica. Vero è, però, che l’accordo OPEC per sostenere le quotazioni del petrolio, siglato preliminarmente ad Algeri la settimana scorsa, ha riacceso le speranze del settore di vedere risalire i prezzi, già tornati ai massimi da due mesi, in zona 50 dollari al barile.

Le materie prime più care surriscalderebbero i prezzi, cosa auspicata dal governatore della BCE, Mario Draghi, il quale smania per centrare il prima possibile il target d’inflazione di quasi il 2% per l’Eurozona. Solo così, infatti, potrà iniziare a normalizzare la politica monetaria, attraverso un lento ritiro degli stimoli e un graduale rialzo dei tassi. (Leggi anche: Ottimismo eccessivo su accordo OPEC)

 

 

 

Inflazione senza crescita un rischio

Ora, ci chiediamo: per l’economia italiana sarebbe un bene il ritorno dell’inflazione? Abbiamo più volte scritto che la deflazione non sarebbe un male in sé, tranne per il fatto di rispecchiare in questa fase in Europa una crescita sottotono o persino un trend recessivo dell’economia. Se i prezzi tornassero a salire, sarebbe il segno di una domanda più vivace, quindi, di maggiore ottimismo tra i consumatori e le imprese. Questo, in teoria.

Se l’inflazione tornasse per il solo fatto che il prezzo del petrolio è aumentato, colpirebbe i redditi delle famiglie, quando ancora l’Italia non mostra una ripresa robusta. Di un’inflazione senza crescita è l’ultima cosa di cui avremmo bisogno, perché ne subiremmo solo gli effetti negativi. (Leggi anche: Crescita economia italiana verso l’azzeramento)

Conti pubblici legati a QE Draghi

Infatti, il riaccendersi della crescita dei prezzi nell’Eurozona spingerà la BCE a mettere in soffitta le ipotesi di nuovi stimoli e ad iniziare a ritirare quelli sin qui attuati. Nel giro di pochi mesi, gli acquisti dei nostri titoli di stato verrebbero tagliati e il costo di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza si farebbe più alto. Certo, se i rendimenti dei BTp restassero fermi in termini reali (al netto dell’inflazione), i nostri conti pubblici non ne risentirebbero negativamente, poiché l’influenza dell’inflazione sarebbe neutra, accrescendo anche il pil nominale.

Tuttavia, come spesso capita al mutare repentino delle condizioni di mercato, gli investitori potrebbero iniziare a scontare una risalita ancora più rapida dei prezzi e potrebbero domandare per l’acquisto dei nostri titoli di stato un rendimenti-extra e superiori al tasso d’inflazione, peggiorando il rapporto tra debito e pil e quello tra deficit e pil. Per non parlare del contraccolpo sul mercato del credito privato, con gli interessi in crescita, quando le famiglie e le imprese non sarebbero ancora tornate a consumare e investire a pieno ritmo. (Leggi anche: Crisi debito e banche, circolo vizioso)

 

 

 

Eurozona divisa tra Nord e Sud

Il rischio è ancora maggiore, se si considera che l’Eurozona non è altro che l’unione di 19 economie diverse, tra le quali il Nord Europa assiste già da mesi a una crescita positiva dei prezzi, mentre il Sud è a metà tra deflazione e inflazione zero. Poiché il target perseguito dalla BCE è una media ponderata dei tassi d’inflazione dei paesi membri, se il caro petrolio rinvigorisse ulteriormente i prezzi al consumo nel Nord, con il Sud presumibilmente a continuare a registrare un andamento più contenuto, quest’ultimo si ritroverebbe non molto presto a fare i conti con tassi di mercato più elevati e con un QE in graduale ritiro, nonostante le condizioni della sua economia (ad eccezione della Spagna) richiedano altro.

Paradossalmente, quindi, l’inflazione così tanto attesa, perché smaltirebbe un po’ il peso del debito pubblico, finirebbe per sortire l’effetto opposto, se non fosse accompagnata dalla crescita. Sarà per questo che ancora una volta Draghi dovrà inventarsi altro, ovvero attendere che l’inflazione si porti per mesi sopra il target, prima di agire, giustificando l’attendismo con il mancato raggiungimento del tasso-obiettivo sin da inizio 2013. (Leggi anche: Bassa inflazione, tecnologia ha battuto banche centrali)

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , , , , , , ,