Economia italiana, come la politica ha sprecato l’ennesima occasione

L'economia italiana rischia grosso nei prossimi mesi, ma la politica rifugge ancora dalla realtà. I progressi degli ultimi anni sono stati scarsi e nemmeno merito dei governi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'economia italiana rischia grosso nei prossimi mesi, ma la politica rifugge ancora dalla realtà. I progressi degli ultimi anni sono stati scarsi e nemmeno merito dei governi.

Mentre il governo Gentiloni si accinge a muovere i suoi primi passi, in attesa di capire quanti altri ne riuscirà a compiere, il primo dossier sul tavolo del premier riguarda MPS, ovvero la crisi delle banche italiane. Lo stato ha garantito all’istituto toscano un ombrello da un miliardo per la ricapitalizzazione, ma è evidente che non potrebbe bastare, nel caso di flop dell’operazione di salvataggio privato. L’economia italiana ha smesso di arretrare già da tempo, ma non per questo segnala una ripresa. Rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi, il nostro pil reale risulta ancora diminuito di circa l’8%.

Da allora, però, tante cose sono cambiate, ma in peggio. Il nostro debito pubblico è aumentato di quasi il 30% del pil al 133%, mentre il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato dal 6,1% all’11,6%. E nonostante la ripresa dell’ultimo biennio, la produzione industriale resta in calo di quasi un quarto. (Leggi anche: Economia italiana, crisi letta attraverso i risultati del referendum)

Instabilità politica perenne

Dal 2007 ad oggi si sono succeduti ben sei governi, la media di uno ogni 18 mesi. Inutile evidenziare quanto deleteria sia questa instabilità perenne, che non garantisce alcuna programmazione reale delle misure di politica economica, necessarie per portare l’Italia fuori da una crisi, che va molto oltre quanto accaduto al livello mondiale nel 2008. Nello stesso arco di tempo, la Germania ha avuto sempre la cancelliera e la Spagna solo due premier.

Il governo Renzi, lodato dalla grande stampa fin quasi all’incensamento, è stato ritenuto, qualche volta non a torto, molto riformatore nello spirito, ma i risultati esitati sono scarsi, come ha notato qualche giorno fa il Financial Times, che si chiedeva polemicamente quali fossero le riforme degne di nota dell’esecutivo ormai passato, a parte il Jobs Act. (Leggi anche: Renzi rottamato, sconfitta politica della realtà parallela)

 

 

 

 

Progressi scarsi sul deficit

Se vogliamo essere onesti con noi stessi, la politica italiana ha compiuto persino qualche passo indietro negli ultimi anni, quelli del presunto risanamento dei conti pubblici e delle riforme. Partiamo proprio dal bilancio dello stato: deficit al 2,4% quest’anno, ma era all’1,9% nel 2007 e il governo Berlusconi, quello cacciato a colpi di spread, lo lasciò a fine 2011 al 3,9%.

In 5 anni, siamo stati in grado di contenere il disavanzo fiscale solamente dell’1,5%, ma si tratta dello stesso progresso compiuto tra il 2009 e il 2011, ovvero sempre sotto il governo Berlusconi e in tempi ben peggiori sul fronte della congiuntura internazionale e del costo del debito. Costo del debito diminuito solo grazie a Draghi. (Leggi anche: L’Italia non approfitta della crescita, salirà deficit strutturale)

Senza Draghi, deficit in aumento

Già, perché è amaro constatare che la metà di questo miglioramento lo si deve alla BCE, ovvero grazie agli acquisti di titoli di stato effettuati dal governatore Mario Draghi con il “quantitative easing”, che abbassando notevolmente i rendimenti dei nostri BoT e BTp, ha azzerato il costo di rifinanziamento del nostro debito pubblico.

Se oggi dovessimo pagare per indebitarci quanto il 2007, il deficit pubblico risalirebbe in prossimità del 4% del pil. Altro che risanamento fiscale. E si aggiunga, che per quanto il pil abbia smesso di arretrare, l’Italia resta fanalino di coda in Europa per la crescita, che molto probabilmente nemmeno l’anno prossimo sfiorerà l’1%. (Leggi anche: Economia italiana ferma, serve il linguaggio della verità)

 

 

 

 

Congiuntura sarà più difficile per la nostra economia

La nascita del governo Gentiloni sembra una fuga dalla realtà della politica, mentre l’esito del referendum costituzionale solo un pretesto per assegnare a qualche volto secondario della cosiddetta Seconda Repubblica il lavoro sporco da compiere su diversi fronti.

Oltre a salvare le banche, Paolo Gentiloni dovrà anche probabilmente iniziare a trovare i quasi 20 miliardi di euro necessari per evitare che nel 2018 scattino gli aumenti dell’IVA ordinaria al 25% e al 13% per quella agevolata. E la congiuntura nei prossimi mesi potrebbe essere molto meno favorevole alla crescita dell’economia italiana. Le aspettative di inflazione stanno lentamente surriscaldandosi, spingendo al rialzo i rendimenti dei titoli di stato e i tassi di mercato, mentre le quotazioni del petrolio sono aumentate del 25% in appena un mese.

L’economia italiana è stata sostenuta negli ultimi due anni o più da tre fattori, tutti sfuggenti al controllo del governo: tassi bassi, bassi prezzi delle materie prime e cambio debole. Di questi, resta ancora favorevole solo l’euro, il cui cambio contro il dollaro è scivolato ai minimi dal marzo 2015 e dovrebbe restare in prossimità della parità forse a lungo, a causa della divergenza tra BCE e Federal Reserve sulla politica monetaria. Troppo poco, per sperare di agganciare la ripresa, quando abbiamo già perso anni di opportunità come mai prima. (Leggi anche: Economia italiana al test della normalità)

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Banche italiane, Crisi delle banche, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.