Economia emergente al collasso, 60 milioni di cattivi pagatori e interessi stellari

Economia emergente in piena recessione e travolta da una crisi di fiducia gravissima. E' il Brasile di Dilma Rousseff,

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Economia emergente in piena recessione e travolta da una crisi di fiducia gravissima. E' il Brasile di Dilma Rousseff,

Uno studio condotto da Serasan Experian ha trovato che a marzo è stata superata la soglia dei 60 milioni di persone in ritardo con i pagamenti dei loro debiti. Si tratta del 41% della popolazione maggiorenne in Brasile, in crescita di ben 10 milioni di unità in appena 4 anni, quando iniziarono le rilevazioni. Il valore di questi debiti posticipati ammonta complessivamente a 256 miliardi di real, pari a circa 70 miliardi di dollari. Ciò che impressiona è che in appena un trimestre, il numero dei brasiliani in ritardo con i pagamenti dei debiti contratti è cresciuto di oltre 2 milioni di unità, conseguenza di un’economia in piena recessione, dove il tasso di disoccupazione risulterebbe già salito tra l’8% e il 9,5%, a seconda dei calcoli più o meno estesi dei senza-lavoro.

Crisi Brasile innesca problemi su debito pubblico e privato

Se i numeri di cui sopra vi appaiono impressionanti, la spiegazione non è difficile da offrire. Il boom del credito negli anni di crescita economica ha spinto milioni di famiglie a indebitarsi per comprare di tutto, particolarmente un’auto. Il risultato è che mediamente oggi risultano indebitate intorno al 50% del loro reddito disponibile e i pagamenti si mangiano oltre un quinto di quest’ultimo. Naturale che i consumi siano compressi e che molti debitori non riescano più ad affrontare le scadenze. E dire che le banche controllate dallo stato stanno calmierando da anni gli interessi, che la banca centrale ha dovuto alzare al 14,25%, livello al quale sostano dal luglio dello scorso anno. La percentuale di prestiti a interessi calmierati rispetto al totale è salita dal 40% del 2010 al 55% di questi mesi.      

Previsioni Brasile non positive per FMI

Ciò evita un crac del mercato del credito, ma allo stesso anno frustra le azioni della banca centrale, che non riesce così a contrastare l’inflazione, che paradossalmente con la stretta monetaria iniziata nell’aprile di tre anni fa è salita di circa il 4% al 10,5-11% attuale. Il boom dei tassi ha aumentato enormemente il costo di rifinanziamento del debito pubblico al 14% medio attuale. La curva dei rendimenti sovrani appare del tutto piatta, come se il mercato scontasse eventi sfavorevoli nel breve termine, tra cui l’elevata inflazione e possibili inadempienze del governo sul fronte del rispetto delle scadenze. Il debito pubblico è salito al 70% del pil, complice la contrazione dell’economia brasiliana, per cui lo stato emette in questi mesi titoli a un costo pari all’8% del pil, gravando sui conti pubblici, che registrano un deficit superiore al 10% del pil. Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato in questi giorni nel suo World economic outlook (Weo) un disavanzo primario dell’1,7% per quest’anno dall’1,9% del 2015 e al netto degli interessi non prevede un pareggio del bilancio da qui al 2019.

Crisi real alimenta inflazione Brasile

La crisi del real ha aumentato il rischio insolvenza nel settore sia pubblico che privato. Nel paese risulta emesso debito in dollari per 230 miliardi. Per fortuna, lo spettro dell’impeachment sempre più concreto a carico del presidente Dilma Rousseff, giudicata del tutto inadeguata a gestire la crisi dell’economia, ha rafforzato quest’anno il cambio del 12%, che continua a perdere, però, il 33% del suo valore rispetto a soli due anni fa. I salari brasiliani sono in calo, in termini reali, da un anno, correggendo la tendenza degli anni del boom economico, quando erano cresciuti al di sopra del tasso di produttività del lavoro. Serve in equilibrio non facile tra cambio non troppo forte per sostenere le esportazioni di aziende relativamente poco efficienti, ma non troppo debole, per non alimentare ulteriormente l’inflazione, che a sua volta tiene alti i tassi e costituisce una zavorra sui consumi privati e sui conti pubblici. Per spezzare questa spirale negativa è necessario un ingrediente “magico”: la fiducia. Per questo, il mercato tifa apertamente per l’addio alla presidenza della Rousseff, dato che la crisi politica si trascina ormai dall’inizio del 2015. E non è detto che si concluda presto.  

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