Economia americana sull’orlo di una recessione? Segnale ambiguo dai mercati

L'economia americana sarebbe prossima alla recessione, almeno a scrutare questo segnale sui mercati finanziari. Ma la spiegazione potrebbe essere un'altra.

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L'economia americana sarebbe prossima alla recessione, almeno a scrutare questo segnale sui mercati finanziari. Ma la spiegazione potrebbe essere un'altra.

Analisti e mercati seguono attentamente l’evolversi di un indicatore, che formalmente preluderebbe a una recessione dell’economia americana. Parliamo della differenza tra i rendimenti decennali e quelli biennali dei Treasuries, i titoli di stato USA rispettivamente a scadenza medio-lunga e breve. Ieri, il differenziale è sceso a meno di 60 punti base, ovvero i rendimenti a 10 anni in America si attestano ormai ad appena lo 0,60% in più di quelli a 2 anni, rispettivamente al 2,35% e all’1,76%.

All’inizio dell’anno, tale spread era più che doppio all’1,25%, segno che la curva dei rendimenti si sia appiattita. Perché e cosa significa? (Leggi anche: Economia USA spinta dall’ottimismo, Trump salva la faccia alle banche centrali)

I rendimenti segnalano il rischio percepito dal mercato dall’acquisto di un determinato titolo, nonché le aspettative sull’inflazione e le prospettive economiche dell’area in cui il titolo viene emesso. Gli investitori sono soliti richiedere rendimenti più alti per titoli obbligazionari con scadenze più lunghe, scontando un maggiore rischio lungo l’arco degli anni. Insomma, per privarsi di denaro per un periodo di tempo più esteso, il mercato pretende di essere remunerato di più. E cosa accade, invece, se la curva dei rendimenti s’inverte o si appiattisce?

La risposta teorica sarebbe la seguente: il mercato prezzerebbe un rischio imminente di default dell’emittente o di crisi dell’economia, trattandosi di un bond sovrano. Una spiegazione non necessariamente alternativa sarebbe, però, che le aspettative d’inflazione si starebbero raffreddando, per cui il mercato sconterebbe un minore rischio di surriscaldamento dei prezzi lungo gli anni. Infine, la curva dei rendimenti tende a invertirsi o almeno ad appiattirsi, quando il mercato si attende un taglio dei tassi. Questo, perché gli investitori si concentrerebbero sulle scadenze più lunghe, approfittando di titoli con rendimenti più alti, i quali sarebbero destinati a scendere con la manovra espansiva della banca centrale.

Cosa accade davvero negli USA

Sempre in teoria, nulla di tutto questo starebbe accadendo. Il rischio default negli USA è da scartare, così come si può discutere sul grado di restrizione delle condizioni monetarie da parte della Federal Reserve nei prossimi mesi, ma sempre di stretta stiamo parlando.

La stessa inflazione, per quanto resti storicamente bassa, negli ultimi mesi sta accelerando negli USA, attestandosi intorno al target del 2%. E tra petrolio americano sopra i 55 dollari e mercato del lavoro in piena occupazione, dovremmo attenderci pressioni rialziste sui prezzi interni. (Leggi anche: Quel difficile equilibrio tra inflazione e cambio)

Escludendo i fattori di cui sopra, non resterebbe che temere l’arrivo di una recessione presso la prima economia mondiale. Anche in questo caso, però, i segnali di rallentamento della crescita non vi sarebbero. Nel terzo trimestre dell’anno, nonostante le devastazione provocate dall’uragano Harvey, il pil è salito su base annua del 3%. Il taglio delle tasse dell’amministrazione Trump, che il Congresso sta per approvare a giorni, dovrebbe rafforzare la congiuntura, stimolando investimenti delle imprese e consumi delle famiglie.

Eppure, l’appiattimento della curva dei rendimenti viene associata a una fase pre-recessiva. Dal 1980 ad oggi, in quattro casi abbiamo assistito a uno spread negativo tra i rendimenti delle due scadenze e in ognuno di essi eravamo alla vigilia di una recessione. Parliamo del periodo 1978-1980, caratterizzato da altissima inflazione e rialzo dei tassi, del 1989, del 2000 e del 2006-2007. In quelle occasioni, il pil americano si contrasse rispettivamente a inizio anni Ottanta, nel 1991-’92, nel 1999-2000 e nel 2008-2009. In un certo senso, quindi, è vero che gli spread negativi abbiano anticipato una recessione. Tuttavia, in almeno due casi su quattro, lo avrebbero fatto con un anticipo di almeno 2-3 anni. E va detto che oggi come oggi non siamo ancora a spread negativi, ma solamente bassi. Tanto per fare riferimento all’ultima volta che il differenziale era in discesa e aveva già raggiunto i livelli odierni, accadde agli inizi del 2005. Da lì all’esplosione della crisi, però, passeranno ben 3 anni e mezzo.

Caccia al rendimento nel mondo

Si consideri che l’economia americana cresce ormai da ben otto anni, per cui statisticamente che il pil USA sia destinato a contrarsi, anche solo per pochi trimestri, sta nelle cose.

Mediamente, tra una recessione e l’altra passa in America un settennato, già abbondantemente superato in questa occasione. Dunque, lo spread 10/2 anni ci starebbe segnalando una recessione dell’economia a stelle e strisce da qui a qualche anno?

Le cose potrebbe essere meno chiare di quanto pensiamo. Tale spread è in calo da quattro anni, ovvero dall’annuncio del “tapering” da parte della Federal Reserve. Nell’ultimo mese, sembra che il suo restringimento stia accelerando (-24 punti base dal 25 ottobre) e la tempistica non sembrerebbe casuale, coincidendo con l’ultimo board della BCE, nel corso del quale Francoforte ha esteso al settembre dell’anno prossimo gli stimoli monetari per l’Eurozona, pur dimezzandone il ritmo mensile a 30 miliardi. Nel frattempo, in Giappone ha stravinto le elezioni politiche il premier Shinzo Abe, fautore di una politica monetaria ultra-espansiva per stimolare l’economia nipponica.

L’insieme di questi eventi ha depresso i rendimenti sovrani europei e a Tokyo, con i decennali tedeschi scesi in un mese dallo 0,44% allo 0,35% e quelli nipponici dallo 0,07% allo 0,02%. E allora, il mercato si sarebbe rimesso a cercare titoli a medio-lunghe scadenze a più alto rendimento, trovandoli nei sicuri Treasuries, che offrono ormai più oltre mezzo punto percentuale in più degli omologhi italiani e all’incirca lo stesso rendimento dei corporate bond “junk” denominati in euro. In altre parole, più che un segnale sulle imminenti prospettive per l’economia americana, lo spread tra decennali e biennali americani esprimerebbe il grado di caccia al rendimento in tutto il mondo. (Leggi anche: Obbligazioni europee senza bussola, spazzatura spacciata per titoli di lusso)

 

 

 

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