Ecco trovata la scusa delle banche centrali per tenere i tassi bassi a lungo

L'inflazione non preoccupa la Federal Reserve, che spiega di tollerarla per un po' anche oltre il target. E la BCE si prepara a fare lo stesso, allungando gli stimoli e temporeggiando sui tassi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'inflazione non preoccupa la Federal Reserve, che spiega di tollerarla per un po' anche oltre il target. E la BCE si prepara a fare lo stesso, allungando gli stimoli e temporeggiando sui tassi.

La Federal Reserve ha pubblicato ieri il verbale dell’ultima riunione del board, conclusasi il 2 maggio scorso, nel corso della quale i tassi di riferimento sono stati tenuti invariati nel range 1,50-1,75% a cui erano stati portati a marzo. Dal testo è emersa l’intenzione dell’istituto di tollerare un’inflazione tendenziale superiore al target del 2% “per un certo periodo di tempo”, adducendo ragioni di “simmetria” nel raggiungimento dell’obiettivo di politica monetaria. In sostanza, la Fed non è stata in grado di centrare l’inflazione al 2% per circa un quinquennio e adesso trova coerente che si tolleri che la crescita annuale dei prezzi resti per un po’ sopra tale soglia per compensare quella inferiore del recente passato.

Negli USA, l’inflazione praticamente centra e supera il target dalla fine dell’estate scorsa. In aprile, si è attestata al 2,5%, in lieve accelerazione dal 2,4% di marzo. Come volevasi dimostrare, anziché segnalare l’intenzione di perseguire una politica monetaria più restrittiva, alzando i tassi più velocemente, non si esclude di fatto un quarto rialzo per l’anno in corso, ma con la tolleranza di un’inflazione superiore al target si comunica sostanzialmente ai mercati di non confidare in una stretta decisa, ovvero li si invita a smettere di apprezzare il dollaro, che è salito mediamente ai massimi da 5 mesi contro le altre valute, guadagnando il 6% in meno di due mesi e ripiegando oggi, non a caso, di un terzo di punto percentuale. Gli stessi Treasuries rendono ben meno che nelle sedute precedenti, scendendo per la scadenza decennale al 2,98%, quando erano arrivati al 3,11% di una settimana fa, portandosi ai livelli più alti da quasi 7 anni, scatenando le preoccupazioni di analisti e investitori sulle possibili ripercussioni negative per l’economia americana.

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E anche la BCE farà con calma su QE e tassi

La questione della “simmetria” della politica monetaria non è nuova. La stessa BCE di Mario Draghi ha informalmente e in più occasioni fatto presente come prima di alzare i tassi, Francoforte non si limiterà ad osservare il raggiungimento del target d’inflazione – da noi di poco inferiore al 2% – bensì vorrà verificare una sua stabilizzazione anche oltre tale soglia e per un determinato periodo di tempo, tenendo conto che l’obiettivo non venga più centrato da 5 anni. Per intenderci, la BCE accetterebbe che l’inflazione nell’Eurozona salisse anche al 2-2,5% per alcuni mesi, prima di varare una stretta. E nonostante siano sempre fioccate smentite sul fatto che vengano seguite la tempistica e le modalità della Fed in tema sia di stimoli che di uscita da essi, così è nei fatti.

Pertanto, con un ritardo temporale stimabile in almeno 4 anni, anche Draghi e il suo successore seguiranno le orme di Janet Yellen prima e Jerome Powell oggi, ovvero di mitigare l’uscita dalla lunga fase di accomodamento monetario “manipolando” l’obiettivo e perpetuando quella “goldilocks economy”, caratterizzata da tassi di crescita soddisfacente e bassa inflazione, il meglio che possa capitare a un governatore (non fidatevi delle frustrazioni formalmente esternate sui prezzi stagnanti). Nel caso della BCE, oltre a preoccupazioni legate alla stabilità dei mercati finanziari, questa estrema lentezza nel varare la stretta sarà frutto anche del timore che alcune economie dell’area, Italia in testa, non siano in grado di affrontare la nuova fase rialzista dei tassi e che finiscano per restare vittime delle turbolenze relative agli spread e al rallentamento della già precaria crescita, destabilizzando l’intera unione monetaria.

Contrariamente a Powell, Draghi non ha la necessità impellente di difendersi dagli attacchi di chi lo potrebbe accusare di destabilizzare i mercati con bassi troppo bassi, potendo semplicemente far notare come l’unico obiettivo che l’istituto è formalmente tenuto a perseguire, ovvero l’inflazione prossima al 2%, sia lungi dall’essere centrato e, addirittura, negli ultimi tempi si sia assistito a un suo arretramento. Dunque, il “quantitative easing”, ossia l’acquisto di bond e altri assets, in scadenza nel settembre prossimo, potrà essere allungato di qualche mese senza grossi problemi. Perché se persino l’America, che cresce ed è in piena occupazione da mesi, segnala di non avere fretta per alzare i tassi, tenendoli a livelli reali negativi, non si vede perché dovremmo precipitarci noi a farlo, con un tasso medio di disoccupazione oltre il doppio, una crescita meno pronunciata e più incerta e un’inflazione di poco superiore all’1%. E il governo giallo-verde potrà confidare al suo debutto su un quadro monetario ancora stabile per mesi.

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Economia USA, Fed, Inflazione, super-dollaro, tassi USA

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