Ecco perché non sarà Trump a fermare il dollaro, ma le economie emergenti

Il super dollaro sta mandando in crisi le economie emergenti e un po' di sollievo arriverà forse solo da sauditi e russi. Vediamo perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il super dollaro sta mandando in crisi le economie emergenti e un po' di sollievo arriverà forse solo da sauditi e russi. Vediamo perché.

Pur essendosi indebolito mediamente del 2,5% dal 5 agosto scorso, il dollaro resta forte contro le altre principali valute mondiali, attestandosi ai massimi da 10 mesi. La revisione al rialzo delle stime sul pil USA nel secondo trimestre al +4,2% su base annua non fa che alimentare la previsione di un terzo rialzo dei tassi al prossimo board di settembre della Federal Reserve, seguito da un quarto entro la fine dell’anno. Tassi attesi ancora più alti stanno attirando capitali verso l’America, sostenendo i deflussi finanziari dalle altre economie. A farne le spese sono particolarmente le emergenti, le stesse che avevano beneficiato nel decennio passato degli afflussi abbondanti di capitali dopo l’azzeramento dei tassi negli USA, in Europa e in Giappone e nel corso del quale avevano contratto debiti in dollari per un controvalore di 3.700 miliardi.

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Adesso che il vento spira verso ovest, le conseguenze stanno rivelandosi già dolorose, se è vero che la lira turca, complici vicissitudini interne, perde quest’anno intorno al 43%, il peso argentino un altro 45% e la rupia indiana circa l’11%, scendendo in tutti i casi ai minimi storici contro il biglietto verde. Un po’ tutte le valute emergenti sembrano attraversate da una crisi, che se ha già fatto scattare l’allarme a Buenos Aires e Ankara, rischia di degenerare in qualcosa di più grosso e non dissimile dal crollo delle “tigri asiatiche” di oltre una ventina di anni fa, con una differenza non di poco: se da un lato, le riserve valutarie presso queste economie risultano più abbondanti, è anche vero che adesso rappresentano il 40% del pil mondiale e risultano molto più esposte di prima al debito in valuta estera.

Più il dollaro si rafforza contro queste valute emergenti, maggiori saranno le difficoltà nel rimborsare i prestiti, perlopiù contratti da imprese e famiglie. Il rischio che i casi di default si moltiplichino e mettano in crisi la catena dei pagamenti mondiale è più che concreto, anche perché per arrestare questi focolai di crisi valutaria, le banche centrali sono costrette ad alzare i tassi (l’Argentina li ha elevati al 60% ieri), frenando la crescita economica e finendo per ridurre persino i ricavi in valuta locale generati dai debitori e che servono per pagare le scadenze in dollari. Un circolo vizioso, che faremmo bene a tenere sotto controllo, perché anche l’ultima crisi dei mutui subprime, esplosa negli USA nel 2008 con il crac di Lehman Brothers, insegna che le tensioni finanziarie tendano ad emergere in tutta la loro virulenza senza un reale preavviso.

Possibile non alzare i tassi USA?

Il presidente americano Donald Trump si è lamentato in privato della stretta monetaria della Fed, accusando il governatore Jerome Powell di non essere un “uomo dal denaro a basso costo”, come evidentemente si aspettava meno di un anno fa, all’atto della sua nomina. Per tutta risposta, al simposio di Jackson Hole di fine settimana scorsa, il diretto interessato ha giudicato “appropriata” l’attuale politica monetaria. Non poteva dire altrimenti, ma non sarà su pressione della Casa Bianca che la più importante banca centrale del mondo dovrà quanto meno segnalare di voler rallentare i ritmi della stretta. Il tracollo delle valute emergenti è il sintomo di una malattia, che si chiama deficit corrente. In pratica, le economie che stanno subendo un tracollo dei tassi di cambio sono quelle che importano merci, servizi e capitali nel complesso più di quanto non ne esportino. L’equilibrio passa o per una riduzione della loro domanda interna (stretta fiscale, ma anche quella monetaria tende a comprimere i consumi), in modo che diminuiscano le importazioni, oppure tramite l’attrazione di maggiori flussi di capitali per finanziare i disavanzi commerciali.

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La prima strada implicherebbe il rischio per le altre economie, compresa quella americana, di subire un calo delle esportazioni, ovvero, nel caso degli USA, di vedere ampliare il deficit commerciale e rallentare la crescita del pil. La seconda strada, invece, apparentemente sarebbe meno traumatica: se la Fed si mostrasse meno restrittiva delle attese, il dollaro smetterebbe di rafforzarsi o s’indebolirebbe un po’, dando sollievo alle valute emergenti, grazie ai ri-afflussi dei capitali, i quali renderebbero più morbido l’aggiustamento richiesto ai saldi commerciali. I deflussi dei capitali dagli USA, tuttavia, non sarebbero ad impatto nullo sull’economia americana, perché colpirebbero bond e azioni, anche se i rendimenti dei primi difficilmente lieviterebbero in assenza di un ulteriore incremento dei tassi, tranne che l’inflazione americana non smontasse l’armonia, salendo ben oltre il target, scenario possibile nel caso di una lievitazione dei prezzi delle materie prime, a loro volta correlati negativamente al dollaro. In sostanza, quello che servirebbe ad Atlanta sarebbe che sauditi e russi la smettessero di accordarsi per tenere alte le quotazioni del greggio, consentendo alla prima economia mondiale di rallentare la stretta e innescando quei meccanismi di sollievo per tutto il globo.

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, Economia USA, economie emergenti, super-dollaro, valute emergenti