Ecco perché l’accordo sul MES è senza senso e serve solo a salvare il governo Conte

Il Movimento 5 Stelle ha trovato un accordo interno per votare la riforma del Fondo salva-stati. Un modo per tirare a campare.

di , pubblicato il
Riforma MES, cosa non quadra nell'accordo di maggioranza

Il finale era scontato, perché se c’è una cosa chiara in questa legislatura è che il Movimento 5 Stelle non farà cadere mai il governo Conte, anche a patto di allearsi con chiunque passi davanti al Parlamento per caso. E alla fine, i “ribelli” grillini hanno trovato il “punto di caduta” dopo giorni di mediazione ad opera dell’ex ministro del Sud, Barbara Lezzi. L’accordo politico tra i pentastellati riguarda più il modo in cui la riforma del MES dovrà essere presentata all’opinione pubblica oggi per essere votata in Parlamento. Per prima cosa, il messaggio deve essere chiaro: via libera alle modifiche apportate dal Consiglio europeo, ma l’Italia non farà mai ricorso al Fondo salva-stati, almeno non sotto questo governo. Secondariamente, l’M5S accetta la riforma all’interno di una più complessiva “logica di pacchetto”. In altre parole, i governi europei dovranno cedere su Unione bancaria da una parte e avallare finalmente il Recovery Fund dall’altro.

Questa sintesi potrà servire a convincere qualche ingenuo elettore che ancora crede alla favola di un Movimento 5 Stelle così tremendamente nemico della casta, che è finito per sostenerla ovunque e per diventare determinante per l’elezione di Ursula von der Leyen a capo della Commissione UE. A chi non peccasse di ingenuità, l’accordo di ieri sembra per quello che è: una presa in gira dell’opinione pubblica per tirare a campare. Ecco cosa non quadra.

Voto sul MES, è scontro nel governo Conte: ecco cosa c’è dietro alla possibile crisi mercoledì

I punti controversi dell’accordo sul MES

Per prima cosa, si dice “sì” alla riforma, non all’utilizzo del MES. Questo significa che stiamo ufficializzando che l’Italia mette soldi in un’entità che potrà solo servire ad aiutare gli altri, non a favorire noi stessi in un qualche modo.

Si potrebbe obiettare che il solo far parte del MES ci copre da attacchi speculativi, in quanto il fondo agirebbe da una sorta di polizza di assicurazione. Ma questo sarebbe vero se l’Italia non rifiutasse a priori l’assistenza del MES. Dal momento in cui stiamo strombazzando che mai faremo richiesta di aiuto, i mercati ne dovranno dedurre che sostanzialmente siamo scoperti e per ragioni prettamente politiche. In un certo senso, questo si riflette ancora oggi negli spread, più alti in Italia che non in Spagna o Portogallo.

E arriviamo alla logica di pacchetto. Conte ha sempre sostenuto che voterà a favore della riforma del MES, se gli stati nordici a loro volta accetteranno il completamento dell’Unione bancaria, che in soldoni implica l’istituzione di una garanzia comune sui depositi europei. E con la pandemia, il discorso si è esteso al Recovery Plan. Solo se l’Italia otterrà uno scambio su questi punti approverà la riforma del Fondo salva-stati. Senonché i governi europei non hanno trovato alcuna intesa sull’Unione bancaria, limitandosi di anticipare di 2 anni l’introduzione del sostegno emergenziale del MES (“backstop”) al Fondo di risoluzione bancaria per il caso di incapienza nelle situazioni di crisi. Lo stesso Recovery Fund da 750 miliardi, per quanto sarà quasi certamente avallato al Consiglio di domani, ad oggi resta bloccato sullo scontro tra Nord ed Est Europa circa la clausola sullo stato di diritto.

E se approviamo la riforma e scopriamo che con ogni probabilità il fronte nordico si opporrà al completamento dell’Unione bancaria? A quel punto, ci ritiriamo dall’accordo o siamo rimasti fregati per l’ennesima volta? Uno scambio come lo voleva Conte, anzi l’Italia, non c’è stato. La riforma del MES ammorbidisce le regole per ristrutturare i debiti sovrani e assegna maggiori poteri al fondo, sottraendoli alla Commissione, che in qualità di organo più “politico” avrebbe una visione meno tecnocratica dell’implementazione di eventuali piani di assistenza.

Infine, il memorandum d’intesa viene sostituito da una lettera di intenti, ma le condizioni per accedere agli aiuti rimangono inalterate e ad oggi l’Italia ne resterebbe esclusa. Tutte argomentazioni che il Parlamento dovrebbe fare valere oggi dinnanzi al pugno di mosche portato a casa dal premier. Ma il mantenimento di una poltrona vale più dell’interesse nazionale, ormai lo abbiamo capito da molto tempo.

Riforma MES: i rischi per l’Italia restano, ecco i due principali

[email protected] rufo

Argomenti: ,