Ecco perché la speculazione colpisce l’Italia e tornare alla lira sarebbe un’impresa titanica

Il ritorno alla lira dell'Italia non agevolerebbe la riduzione del debito pubblico, anzi rischiamo di farlo esplodere proprio per la cattiva gestione della politica monetaria temuta dai mercati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il ritorno alla lira dell'Italia non agevolerebbe la riduzione del debito pubblico, anzi rischiamo di farlo esplodere proprio per la cattiva gestione della politica monetaria temuta dai mercati.

L’allarme spread risuona già da settimane. Il differenziale tra i titoli di stato italiani e quelli “benchmark” tedeschi sulla scadenza a 10 anni si è allargato più o meno stabilmente intorno ai 300 punti base. Se la Germania riesce ancora ad emettere debito pubblico decennale a meno dello 0,5%, l’Italia paga già 7 volte tanto. Il boom dei nostri rendimenti sovrani è legato sia alle diatribe tra Roma e Bruxelles sull’innalzamento del target sul deficit al 2,4% per l’anno prossimo (e leggermente più basso per il biennio successivo), sia al timore che il confronto fin troppo vivace tra le parti ci faccia tornare alla lira. Peraltro, la maggioranza giallo-verde in Parlamento, pur smentendo in questa fase di volere far uscire l’Italia dall’euro, ha finanche minacciato di farlo prima ancora di varare il governo Conte, ventilando misure incompatibili con la nostra permanenza nell’unione monetaria, come l’emissione dei “minibot” per iniettare liquidità nel sistema economico, dribblando i vincoli fiscali europei.

Il ritorno alla lira non è per noi una strada sbarrata per un qualche divieto sovranazionale. Pensate che se Roma annunciasse di uscire dall’euro, da Bruxelles ci manderebbero i carri armati? Certo, sul piano politico sconteremmo anni, forse decenni, di rapporti di cattivo vicinato con economie come Francia e Germania, ma il nostro problema è essenzialmente un altro: l’Italia sotto la lira rischierebbe di stare peggio. In effetti, nell’euro ci siamo entrati proprio per fuggire dai problemi di un’economia esposta alle intemperie finanziarie, a causa della tristemente famosa “liretta”. La nostra moneta, che pure nel 1966 vinceva l’Oscar come una delle valute mondiali più stabili, si era ridotta a un paria sui mercati internazionali, guardata con non dissimilmente da come oggi si fissa la lira turca, tanto per fare un esempio calzante.

Le ragioni di questa diffidenza risiedono nella pessima gestione monetaria da parte della Banca d’Italia negli anni Settanta e Ottanta. A causa dell’esplosione delle due crisi petrolifere del 1973 e del 1979, tutte le economie occidentali furono colpite dall’alta inflazione, ma in Italia questa ebbe connotati più drammatici. Negli anni Settanta, la crescita media annua dei prezzi nel nostro Paese esplose al 12,3% dal 3,7% del decennio precedente. In Germania, dove pure subì una drastica accelerazione, passò dal 2,4% al 4,9%. E negli anni Ottanta, l’inflazione italiana in media si attestò all’11,2%, quando quella tedesca non andò oltre il 3%. Altri numeri. In pratica, se lo “spread” tra i ritmi di crescita dei nostri prezzi con quelli in Germania era ancora di appena l’1,3% negli anni Sessanta, esso schizzò al 7,4% negli anni Settanta e all’8,2% negli anni Ottanta.

Come la Germania fregò l’Italia pure con la lira negli anni Ottanta

Il retaggio della lira

Che cosa succedeva? L’Italia reagì all’impennata del petrolio con una politica monetaria più accomodante di quella adottata dalla Bundesbank. Inoltre, la Banca d’Italia monetizzava l’eccesso di spesa pubblica dei governi, acquistando tutti i titoli di stato emessi e non collocati sul mercato per insufficienza di domanda. Ciò finì nel febbraio del 1981 con la famosa lettera del “divorzio” tra Tesoro e Bankitalia, quando l’allora ministro Beniamino Andreatta scrisse al governatore Carlo Azeglio Ciampi, informandolo che non avrebbe più avuto alcun obbligo di acquistare i titoli rimasti scoperti all’asta. Questa decisione viene oggi attaccata su più fronti quale fonte di tutti i mali. I detrattori segnalano come la spesa per interessi esplose dal 1982, cosa che effettivamente avvenne.

Tuttavia, bisogna anche inserire tale lettera nella fase storica in cui fu scritta. Come dicevamo sopra, l’Italia visse un lungo periodo di alta inflazione, superiore ai tassi vigenti nel resto dell’Occidente e che all’inizio degli anni Ottanta superavano da noi il 20%. Buona parte di tale inflazione galoppante era dovuta proprio alla monetizzazione del debito pubblico, che a sua volta aveva reso i governi meno responsabili sul piano fiscale. Il “gap” crescente con le altre economie avanzate, che in scia alla Reaganomics e al thatcherismo stavano iniziando ad adottare un approccio più muscolare contro l’inflazione, costrinse lo stesso Tesoro a intervenire per evitare che i prezzi in Italia finissero definitivamente fuori controllo, defalcando il potere di acquisto delle famiglie.

La verità scomoda per l’Europa sul debito pubblico italiano, esploso per salvare l’Occidente

Il ritorno alla lira

Certo, il costo di quella lettera è evidente: negli anni Ottanta, mediamente il deficit pubblico fu superiore al 14% del pil, ma per i tre quarti risultò alimentato dalla spesa per gli interessi sul debito, pari al 10,4% medio del pil. In pratica, i soli disavanzi fiscali (eccesso di spesa pubblica sulle entrate) spiegano appena un quarto dell’aumento del debito in valore assoluto. Nel concreto, il rendimento medio si attestò al 13,7%, una percentuale evidentemente spropositata, ma che si deve proprio al fatto che l’inflazione in quegli anni fosse molto alta e solamente di un paio di punti inferiori. Lo stato italiano non poteva avere la botte piena e la moglie ubriaca, è chiaro come un’inflazione alle stelle abbia provocato rendimenti altrettanto vertiginosi, innescando una spirale negativa per il nostro debito. Non è quella lettera che dobbiamo biasimare oggi, quanto l’incapacità della Banca d’Italia del tempo di contrastare l’inflazione a due cifre, divenuta praticamente una condizione strutturale dell’economia tricolore. A causa proprio della cattiva nomea di quegli anni delle nostre istituzioni sul fronte fiscale e monetario, ancora oggi sul nostro debito, ceteris paribus, vengono pretesi rendimenti extra rispetto a quelli pagati dalle economie “core”. Detto francamente, dell’Italia non ci si fida sulla capacità di tenere i conti pubblici in ordine e i prezzi stabili, anche se le aspettative d’inflazione negli ultimi tempi si sono raffreddate più che nel resto dell’area, a causa sostanzialmente della più pesante crisi accusata.

Ecco perché tornare alla lira non serve

Cosa accadrebbe oggi all’Italia se tornasse alla lira? A causa della storia passata in tempi di sovranità monetaria, gli investitori nazionali e stranieri si aspetterebbero un tasso d’inflazione più alto, anche scontando una maggiore esposizione del cambio alle fluttuazioni sui mercati internazionali. Di conseguenza, richiederebbero rendimenti più alti lungo l’intera curva delle scadenze per acquistare i titoli del nostro debito pubblico e la spesa per interessi, anziché scendere, continuerebbe a salire anche in rapporto al pil, visto che il mercato si metterebbe al riparo dai rischi pretendendo rendimenti reali positivi e certamente superiori a quelli odierni sotto l’euro. Comunque la si pensi, infatti, che la BCE sia maggiormente capace di centrare il target della stabilità dei prezzi rispetto alla Banca d’Italia sembra fuori discussione, essendo meno influenzabile dai singoli governi, contrariamente a quanto accadrebbe a Via Nazionale, che si ritroverebbe costantemente oggetto degli appetiti del premier di turno per sostenere l’economia e abbattere il debito, monetizzandolo via inflazione. Non è Bruxelles che ci trattiene dal tornare alla lira, siamo noi italiani stessi a non volerlo. Guardandoci in faccia tra noi, sappiamo come andrebbe a finire e le tensioni sul deficit di questi mesi non fanno che confermare i pregiudizi all’estero sull’Italia.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Inflazione